Come pedinare una persona: parte 2

Come pedinare una persona: parte 2

Nel precedente articolo abbiamo parlato di come pedinare una persona nel mondo fisico. In questo articolo invece vedremo nel dettaglio come pedinare una persona nel mondo digitale attraverso due casi concreti.

I dati di localizzazione, o dati sulla posizione (anche dati di mobilità) sono le informazioni trattate da una rete di comunicazione elettronica o da un servizio di comunicazione elettronica che indicano la posizione geografica dell’apparecchiatura terminale (es. smartphone) di un utente del servizio di comunicazione elettronica.

In particolare sono i dati relativi alla:
– latitudine;
– longitudine;
– altitudine;
– direzione di marcia;
– ora di registrazione della posizione.

Sempre più spesso ultimamente i dati ricavabili mediante la Mobile Forensics (la branca della Digital Forensics che si occupa non solo di smartphone, ma anche di tablet, riproduttori audio e video personali e dispositivi GPS) entrano in prima linea nelle aule di giustizia o nelle indagini difensive al fine di provare (o meno) la collocazione di un dato soggetto in un dato spazio e tempo.

Diverse sono le modalità con cui è possibile attingere a tali dati, come diversi sono gli esiti cui tali indagini/analisi possono condurre.

Vediamo di seguito due casi che sfruttano la mobile forensics con esiti opposti. Nel primo il tentativo di ricavare la posizione di un soggetto in modo digitale si è rivelato dirimente, nel secondo ha mostrato i suoi limiti ed ha portato ad una piena assoluzione.

Come pedinare una persona digitalmente: casi di studio.
CASO 1 : la cattura di un assassino

Dal 2009, negli USA tutti i cellulari debbono avere incorporato un chip GPS. Il Mandate Enhanced 911 della Federal Communications Commission del 2003 impone che i costruttori facilitino il tracciamento della posizione. L’Enhanced 911 è un ordine federale in base al quale tutti i produttori di cellulari devono fare si che si possano ottenere l’ID del chiamante e i dati sulla posizione dal cellulare di un utente che effettua una chiamata di emergenza al 911. La polizia può così localizzare una persona in difficoltà mediante Assisted GPS, che usa il chip GPS nel telefono e tecniche di triangolazione anziché basarsi semplicemente sui dati della cella agganciata. Un punto di accesso di sicurezza pubblica (Public Safety Access Point, PSAP) è un call center che riceve le richieste di emergenza del pubblico per polizia, assistenza medica o vigili del fuoco.

Un PSAP può aiutare la polizia tracciando in tempo reale il cellulare di un abbonato. Nell’ottobre del 2004 è stato trovato, nella sua casa di Hearthglow Lane a Richmond, in Virginia, il cadavere di Fred Jablin. Il detective Coby Kelleu ha subito sospettato dell’ex moglie di Jablin, Piper Rountree, e ha rapidamente ottenuto un mandato per i tabulati telefonici della Rountree. Fred Jablin, docente all’università di Richmond, aveva ottenuto il divorzio e la custodia esclusiva dei figli dopo una pesante battaglia legale. Nel settembre 2004, Rountree era in difficoltà, in arretrato di 10.000 dollari nel pagamento degli alimenti.

Il detective Kelley ha ottenuto i tabulati telefonici del cellulare di Piper Rountree, che collocavano il telefono sulla scena del crimine, Kelley ha tracciato il cellulare mentre si spostava verso est sulla I-64 in direzione dell’aeroporto di Norfolk. Dopo una breve interruzione nella localizzazione del segnale, il telefono è stato nuovamente rintracciato a Baltimora, nel Maryland. Piper Rountree ovviamente ha sostenuto di non essere in Virginia al momento dell’omicidio, bensì a Huston, in Texas. Ha anche dichiarato che spesso il suo cellulare era utilizzato dalla sorella, Tina Rountree.

Piper Rountree aveva chiamato il figlio, 14 ore prima dell’omicidio dicendo che si trovava in Texas, ma il suo cellulare era stato agganciato da celle in Virginia. È stato scoperto che il 21 ottobre (pochi giorni prima dell’omicidio), Piper aveva acquistato una parrucca su Internet, attraverso il proprio account, ma l’aveva fatta consegnare alla casella postale dell’ex fidanzato a Houston. Piper aveva tentato di usare la parrucca per fingersi sua sorella Tina. Un dipendente della Southwestern Airlines ha poi testimoniato di aver visto Piper Rountree salire su un aereo diretto in Virginia. Il 6 maggio 2005, Piper Rountree è stata condannata all’ergastolo, più di tre anni per uso di un’arma da fuoco per commmettere un reato. Questo caso illustra chiaramente come i dati ottenuti da un cellulare siano stati prove di conferma, utilizzate in un processo giudiziario.

Accade tuttavia sovente, ahinoi, che il dato GPS e/o la localizzazione mediante celle telefoniche dia adito a degli errori giudiziari clamorosi.

Di recente, ciò è avvenuto in un caso in cui figuravamo in qualità di Consulenti di Parte, in cui la prova dell’erronea interpretazione del dato di cella telefonica ha fatto cadere l’impianto accusatorio e sollevato il nostro cliente con un assoluzione piena.

CASO 2: l’assoluzione di un innocente

In un recente processo in un Tribunale del Nord Italia, un individuo è stato accusato di rapina e tentato omicidio, imputazioni per le quali il PM aveva richiesto la massima pena.

L’impianto accusatorio poggiava sostanzialmente sull’analisi delle celle telefoniche agganciate dall’individuo, poiché le riprese delle telecamere di videosorveglianza dell’abitazione in cui si erano svolti i fatti mostravano un soggetto travisato nel volto e nell’abbigliamento e dunque irriconoscibile.

In quell’occasione l’analisi del PM non aveva tenuto in debita considerazione le molteplici variabili intervenienti in un’analisi sulle celle telefoniche: presenza di lacunosità nel tabulato telefonico, mancata analisi di eventuali barriere architettoniche di disturbo per il segnale, modifiche strutturali alle antenne BTS e altro ancora.

La rappresentazione tabellare degli eventi di traffico (i cosiddetti tabulati telefonici), provvista di indirizzi di cella, fornisce un risultato che puo’ essere fuorviato dalla considerazione della cella come entita’ puntuale: occorre valutare i connotati di direttivita’ e area di influenza della cella medesima per poter effettuare un processo deduttivo.

Oltre alla consultazione del tabulato telefonico, inoltre, sono previsti due ulteriori step per una completa analisi di questo tipo.

Il primo e’ rappresentato dalla rappresentazione cartografica dei soli indirizzi di cella ottenuti dai dati di traffico. E’ possibile infatti che due soggetti, A e B, compiano lo stesso percorso fisico ma gli indirizzi di cella registrati dai dispositivi mostrino un percorso assai diverso. Questo perche’ i rispettivi gestori erogano gli eventi di traffico su celle distinte e vi siano presenti ostacoli contingenti nel percorso dei terminali quando viene generato l’evento di traffico.

Il secondo e’ rappresentato dalla georeferenziazione delle aree teoriche coperte dalle celle agganciate di volta in volta dai dispositivi.

Nel caso in questione non era possibile affermare con certezza la posizione esatta del soggetto che aveva in uso il dispositivo mobile in quanto:

  1. Ciascuna cella copre un’ampia area e non e’ un’entita’ puntuale.
  2. Per sopperire alla diversa densita’ di utenze in una data area e fornire il maggior numero di canali disponibili con la minore interferenza possibile, le reti tendono a variare il raggio operativo della cella.
  3. Occorre tener conto di variabili spurie che potrebbero direzionare il traffico telefonico in una cella piuttosto che un’altra.

Un limite molto frequente in questi casi, assolutamente deleterio per il lavoro dell’analista, è il rischio ulteriore di incorrere in ragionamenti di tipo verificazionista, ovvero nel far aderire l’evidenza a delle teorie precostituite, quando – Popper insegna – la logica del metodo scientifico poggia sull’opposto ragionamento falsificazionista.

Se vuoi saperne di più su come pedinare una persona, non esitare a contattarci!

 

Come educare i figli ai social e Internet

Come educare i figli ai social e Internet

Oggi voglio parlarvi di un tema attualissimo: come educare i figli, data l’influenza dei nuovi media, dei social network e di Internet nella crescita, nello sviluppo e nell’educazione dei bambini 

In qualità di pedagogista, mi trovo ad interrogarmi sulle nuove sfide educative e nulla è più attuale di questa. Siamo ormai tutti consapevoli della grande diffusione e della grande influenza che i nuovi media hanno su ognuno di noi, anche su bambini e adolescenti. 

Come educare i figli sui nuovi media?

Con la parola media intendiamo tutte le nuove tecnologie: Internet, Smartphone, Social Network, Videogiochi, giochi on line, e così via. I media sono ormai presenti nella vita di ognuno di noi, grandi e piccini. Non possiamo e non dobbiamo eliminarli, evitarli o esserne spaventati. Quello che possiamo fare è imparare a conviverci, utilizzando tutte queste nuove tecnologie in modo educativo, critico, consapevole, positivo. 

E’ fondamentale per i genitori, così come per gli insegnanti o gli adulti che hanno a che fare con minori, conoscerlo in tutte le sue potenzialità ed essere pratici di alcuni aspetti, per poter educare i propri figli ad un uso consapevole di tutte le tecnologie. Ecco perché privacy, funzionamento di Facebook, educazione ai media e sicurezza informatica devono essere concetti che tutti i genitori con figli, bambini e adolescenti, dovrebbero conoscere e padroneggiare. 

Fondamentale, per raggiungere questo scopo, è conoscere la Media Education, ampiamente trattata in questo articolo che vi consiglio di leggere!  

Con Media Education, si intende un’attività di tipo didattico ed educativo finalizzata a sviluppare negli studenti la capacità di: 

  • Comprendere i diversi media e le varie tipologie di messaggi; 
  • Utilizzarli correttamente, saper interpretare in maniera critica il messaggio; 
  • Essere in grado di generare un messaggio e quindi usare in maniera propositiva i media. 

Ciò comporta la promozione di un ruolo attivo e di un atteggiamento critico negli studenti, con lo scopo di formarli alla necessaria competenza mediale. La Media Education è “esplosa” con la diffusione, su scala mondiale, di Internet e dei social media, ormai onnipresenti e indispensabili. 

Siamo tutti ormai consapevoli del fatto che Internet è uno strumento indispensabile, che non dobbiamo guardare con sospetto o con atteggiamenti di chiusura. Possiamo invece parlarne, conoscerlo e “imparare a conviverci” utilizzandolo in modo educativo, critico e consapevole. 

Pensare alla rete e al mondo virtuale come un ambiente da conoscere in tutte le potenzialità e rischi, per educare i propri figli ad un utilizzo consapevole. Conoscere, cioè, tutti quegli aspetti che riguardano la sicurezza informatica, la privacy, i videogiochi adatti all’età, i rischi dei social network. (inserire link a precedenti articoli forensics team).

Anche i videogiochi possono tranquillamente far parte della vita dei vostri figli se si conoscono i rischi e i pericoli e se vengono utilizzati in modo adeguato e consapevole. Non è lo strumento in sé ad essere il problema, ma il suo utilizzoIl problema può manifestarsi quando il videogioco assorbe completamente il bambino e arriva a sostituire i momenti dedicati allo studio, allo sport e alle relazioni sociali, creando isolamento. Se vostro figlio riesce a portare a termine tutti i compiti, fare sport, vedere gli amici, dedicarsi alle attività del tempo libero, non sarà un problema se si dedicherà ai videogiochi per un paio di ore al giorno, sempre facendo attenzione alla sua sicurezza. 

Alcuni consigli su come educare i figli su internet: la parola alla pedagogista

Non tutti i videogiochi sono uguali, non sono tutti rischiosi e pericolosi. Alcuni permettono anche di stimolare lo sviluppo di abilità cognitive, il ragionamento, la presa di decisioni e lo sviluppo degli obiettivi. Un utilizzo adeguato, infatti, può anche favorire tutta una serie di abilità importanti come: 

  • La risoluzione dei problemi;
  • L’attenzione prolungata; 
  • La capacità di concentrazione; 
  • La reattività. 

Molto importante, dunque, è conoscere le caratteristiche di ciascun videogioco prima di acquistarlo e conoscere il limite di età: fate molta attenzione! Parlate con i vostri figli, dite loro quali sono i rischi e i pericoli delle nuove tecnologie, dei social, dei videogiochi. Siate sempre sinceri con loro, capiranno e vi ascolteranno. Promuovete un dialogo positivo, chiedendo proprio a loro se conoscono i rischi e quali sono. Per fare questo, dovete avvicinarvi al loro mondo, stategli vicino, dialogate con loro, fate loro molte domande. Domande, mi raccomando, positive, interessate, non giudicanti o inquisitorie. Proponete anche di giocare insieme a loro, fatevi insegnare a giocare. Perché no, sarà molto divertente 😉 

Se questo articolo su come educare i figli ti è piaciuto non dimenticarti di seguirci anche su Facebook e Youtube per non perderti nessuno dei nostri contenuti.
Se invece sei interessato a saperne di più sui corsi di Forensics Academy scrivici a info@forensicsteam.it!

Se desideri richiedere una consulenza pedagogica, o hai bisogno di supporto per sapere come educare i figli, puoi contattare la pedagogista del nostro team, Giulia Piazza. Visita il sito di Non Solo Pedagogia per saperne di più!

Articolo di Giulia Piazza

La figura genitoriale paterna

La figura genitoriale paterna

Domani è la festa del papà e vogliamo dedicare questo articolo a tutti i papà cercando di mostrare l’importantissimo ruolo educativo e pedagogico di tale figura genitoriale.

La figura genitoriale paterna, infatti, ha in sé un ruolo fondamentale nella crescita e nello sviluppo dei figli.

Nonostante ciò, a partire dagli anni ’60, la figura del padre, il suo ruolo e il modo di esercitare la funzione paterna, ha perso rilevanza rispetto alla maternità, sia a livello giuridico sia sociale.

Basti pensare alla normativa sull’affidamento dei figli nei casi di separazione.

La legge n. 54/2006 ha, infatti, capovolto il sistema e le prassi previgenti, introducendo un nuovo principio: il diritto alla bigenitorialità.

Con il termine bigenitorialità si intende la partecipazione attiva di entrambi i genitori nel progetto educativo di crescita e assistenza dei figli, in modo da creare un rapporto equilibrato che in nessun modo risenta dell’evento della separazione.

I figli sono così affidati ad entrambi i genitori, e non esclusivamente ad uno di essi.

In passato, di norma il giudice affidava il figlio in via esclusiva a quello dei genitori (solitamente la madre) che meglio pareva essere in grado di seguirne il processo di sviluppo tenendolo presso di sé.

Con questa nuova legge il figlio non è più oggetto di spartizione, ma è soggetto del diritto di continuare a ricevere da entrambi i genitori affetto, cura, mantenimento, educazione ed istruzione, a prescindere dalla rottura dell’unità familiare.

Cambia così del tutto l’ottica dell’affidamento: l’affidamento condiviso deve essere preferito a quello esclusivo, salvo casi particolari lasciati alla discrezione del giudice.

Si cerca infatti di privilegiare quello condiviso in quanto permette al minore di mantenere un rapporto equilibrato e sereno con entrambi i genitori.

Inoltre si cerca di responsabilizzare al massimo entrambi i genitori, sugli aspetti relazionali ed economici, nell’esclusivo interesse del figlio.

In questo modo, la figura genitoriale paterna è valorizzata al pari della figura genitoriale materna ed è considerata vitale nella crescita dei figli.

Da qui nasce la necessità di riaffermare con forza l’importanza del ruolo paterno nel nostro contesto storico e sociale.

 

I codici educativi della figura genitoriale

In ambito psico pedagogico ci riferiamo all’esistenza di due distinti codici educativi: il codice educativo materno e il codice educativo paterno.

Ebbene, non si tratta di una distinzione di genere maschile o femminile, bensì si fa riferimento ad un diverso atteggiamento, a due modalità differenti, con cui si affrontano i processi che portano alla crescita e allo sviluppo dell’identità personale dei figli.

Il codice materno si riferisce alla cura, all’attenzione, alla protezione del bambino, alla soddisfazione e comprensione dei suoi bisogni, all’accudimento.

Nel primo anno di vita la prevalenza di questo tipo di codice è fondamentale.

All’inizio, infatti, il bambino ha bisogno di una base sicura da cui poi partire per scoprire il mondo circostante.

Man mano che cresce e si sviluppa, però, il bambino, soprattutto a partire dal terzo anno di vita, ha bisogno anche di essere sostenuto nel processo che porta all’autonomia.

In questo fondamentale è fornirgli sicurezza e, allo stesso tempo, autonomia.

E qui entra in gioco il codice paterno.

Porre regole, limiti, stimolare alla conquista dell’autonomia, dell’indipendenza e della socializzazione con il mondo esterno.

Entrambi i codici devono essere presenti per garantire ai bambini uno sviluppo equilibrato.

La capacità di cura è alla base di ogni ragionamento sull’educazione, così come è necessaria l’autorevolezza che legittima la funzione di guida del genitore.

Una base sicura che guida e orienta verso la crescita promuovendo il giusto equilibrio tra supporto e distacco.

Ogni figura genitoriale deve riuscire a mettere in campo entrambi i codici che sono alla base di una equilibrata relazione educativa.

Se questo articolo sulla figura genitoriale paterna ti è piciuto non dimenticarti di seguirci anche su Facebook e Youtube per non perderti nessuno dei nostri contenuti.
Se invece sei interessato a saperne di più sui corsi di Forensics Academy scrivici a info@forensicsteam.it!

Se desideri richiedere una consulenza pedagogica puoi contattare la pedagogista del nostro team, Giulia Piazza. Visita il sito di Non Solo Pedagogia per saperne di più!

Articolo di Giulia Piazza

_____________________________

BIBLIOGRAFIA

Fenzio F, (2018), Manuale di consulenza pedagogica in ambito familiare, giuridico e scolastico, YouCan Print

Moro A. C, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

L’approccio pedagogico: parte 2

L’approccio pedagogico: parte 2

Nel precedente articolo abbiamo introdotto il colloquio educativo e il suo approccio pedagogico specificando le sue caratteristiche.

Ora approfondiamo invece gli strumenti di comunicazione e l’approccio pedagogico funzionale, vediamo insieme di cosa si tratta.

Con il termine “strumento comunicativo” si intende una tecnica, un principio o una modalità espressive utilizzata intenzionalmente dal consulente per far emergere e veicolare dei contenuti all’interno della dimensione relazionale con il fine di raggiungere il cambiamento educativo prospettato.

Gli strumenti comunicativi sono alla base dell’approccio pedagogico utilizzato dal consulente nella relazione educativa e di aiuto con l’utente.

La comunicazione è alla base di ogni scambio e di ogni relazione.

Attraverso la comunicazione, infatti, non si ha semplicemente uno scambio di informazioni bensì si crea un’esperienza relazionale tra i diversi soggetti coinvolti.

Il processo di comunicazione, però, è influenzato da diversi fattori che causano una distorsione tra il messaggio inviato dall’emittente e il messaggio ricevuto dal ricevente.

Può essere influenzato, ad esempio, dai seguenti aspetti:

  • Percezione ed emozioni;
  • Pregiudizi;
  • Sistema di valori;
  • Vissuti personali;
  • Contesto di riferimento;
  • Stili comunicativi personali;
  • Aspettative.

L’approccio pedagogico della consulenza trae ispirazione da alcuni aspetti della psicologia umanistica di Carl Rogers nel corso del 1900.

L’ambito di studio privilegiato da Rogers è quello della comunicazione terapeutica e didattica ma alcuni aspetti possono essere considerati strumenti fondamentali per tutte le relazioni di aiuto.

In particolare, la valorizzazione dell’empatia e delle non direttività della comunicazione sono condivisibili e in parte utilizzabili anche nella consulenza pedagogica.

Nella visione rogersiana i presupposti fondamentali della relazione di aiuto sono costituiti dalla:

  • Genuinità, autenticità e trasparenza del consulente;
  • Considerazione positiva e incondizionata del cliente che viene accettato, rispettato, compreso e supportato;
  • Empatia ovvero la capacità di comprendere in modo reale i sentimenti dell’altra persona.

Inoltre, l’attitudine all’ascolto e alla gestione del silenzio per una reale comunicazione centrata sul cliente è una competenza molto importante del consulente.

Soprattutto nella prima fase del colloquio di consulenza, ovvero nella fase di accoglienza del cliente dove si comprende la sua esigenza e il suo bisogno, è importante favorire un clima di fiducia e positività, affinché il cliente possa sentirsi a suo agio.

Il consulente deve essere in grado di “ascoltare” ponendosi in una posizione non giudicante e di evitare “errori comunicativi” che potrebbero poi costituire delle barriere al raggiungimento dell’obiettivo della comunicazione.

Gordon (cit. in Fenzio 2018) ha individuato dodici categorie di risposta non funzionali alla relazione di aiuto, vediamole insieme:

  1. Dare ordini, comandare: espressioni come “bisogna che tu…” “tu devi…” potrebbero generare timore, resistenza, senso di controllo. Non sono dunque funzionali ad una comunicazione efficace e aperta;
  2. Minacciare, avvisare, mettere in guardia: espressioni come “è meglio per te…” “se non farai così…” possono provocare paura, risentimento, rabbia e, dunque, chiusura e rifiuto;
  3. Fare la predica, rimproverare: espressioni come “tu dovresti…” “non dovresti…” potrebbero incrementare il senso di sfiducia nella persona;
  4. Offrire soluzioni e consigli può impedire al soggetto di riflettere in prima persona sul suo problema e sulla sua soluzione. La persona, infatti, deve essere stimolata e spronata a riflettere attivamente sul suo problema e trovare soluzioni in autonomia, con il sostegno del consulente;
  5. Argomentare, persuadere con la logica può portare il soggetto a sentirsi inadeguato e a trincerarsi dietro posizioni difensive;
  6. Giudicare e criticare: frasi giudicanti possono provocare timori, rabbia e ostilità, e non apertura e fiducia;
  7. Ridicolizzare, etichettare con diversi aggettivi può influire sull’immagine di sé e far sentire il soggetto svalutato e non accettato;
  8. Interpretare, analizzare, diagnosticare con frasi semplicistiche può portare la persona a sentirsi frustrata e non compresa;
  9. Fare apprezzamenti e manifestare compiacimenti può essere visto come un tentativo manipolatorio, orientato solo a incoraggiare i comportamenti desiderati;
  10. Rassicurare e consolare: frasi come “non temere…” e “vedrai che andrà meglio…” possono portare il soggetto a sentirsi incompreso nei suoi bisogni profondi;
  11. Contestare, indagare, mettere in dubbio, oppure adottare un atteggiamento inquisitorio può generare ansia e fastidi causando la chiusura della comunicazione;
  12. Minimizzare il problema o l’emozione può dare la sensazione alla persona di non essere compresa o di avere poca importanza. In questo modo non si facilita sicuramente l’apertura della persona al dialogo e alla fiducia.

L’approccio pedagogico del consulente, dunque, deve essere attento alla comunicazione verbale e non verbale della persona, non giudicante, aperto al dialogo e al confronto, cercando sempre di instaurare un clima di fiducia stimolando e spronando la persona all’attivazione delle proprie risorse personali e all’autonomia.

Per essere sicuro di non perderti nessuno dei nostri contenuti seguici anche su Facebook e Youtube!
Se invece sei interessato a saperne di più sui corsi di Forensics Academy scrivici a info@forensicsteam.it!

Se desideri richiedere una consulenza pedagogica puoi contattare la pedagogista del nostro team, Giulia Piazza. Visita il sito di Non Solo Pedagogia per saperne di più!

Articolo di Giulia Piazza

_____________________________

BIBLIOGRAFIA

Fenzio F, Manuale di consulenza pedagogica in ambito familiare, giuridico e scolastico, 2018, Youcan Print

L’approccio pedagogico: parte 1

L’approccio pedagogico: parte 1

Nel precedente articolo abbiamo affrontato la consulenza pedagogica, in questo articolo invece affrontiamo l’approccio pedagogico, partendo dalla fase di colloquio pedagogico nella consulenza.

 

Approccio pedagogico: il colloquio con il pedagogista

Il termine “colloquio” significa “parlare assieme”, significato implicito nell’etimologia, ed evoca di per sé sia la centralità della parola che quella della relazione che si genera tra le persone.

All’interno dell’approccio pedagogico il colloquio assume un’importanza fondamentale, insieme alle relazioni che sono alla base del processo comunicativo nel quale avviene lo scambio dei contenuti.

Se analizziamo il modello comunicativo dove il messaggio viene inviato dall’emittente al ricevente non è unidirezionale ma è caratterizzato dal concetto di feedback.

Il feedback, infatti, garantisce la circolarità del processo e dalla consapevolezza che il contesto, ovvero la cornice all’interno della quale avviene lo scambio comunicativo, può modificare le interazioni e lo scambio.

Durante il colloquio il pedagogista non si limita a trasmettere nozioni, ricette preconfezionate o pillole pedagogiche ed educative.
Lo scopo dell’approccio pedagogico è infatti quello di entrare in relazione con il cliente, monitorare lo scambio reciproco e veicolare contenuti al fine di raggiungere uno scopo.

Ciò suggerisce l’idea di corresponsabilità, ovvero la consapevolezza che, affinché ci sia il cambiamento prospettato, l’impegno deve essere di entrambe le parti, sia da quella del consulente che della persona.

La persona, infatti, in realtà è la vera protagonista della dimensione educativa oggetto dell’approccio pedagogico.

Egli, seguendo il percorso individuato durante la consulenza, si mette in gioco in prima persona, investe energie e impegno affinché vi sia il cambiamento desiderato e condiviso insieme durante il percorso pedagogico.

Durante i colloqui il consulente guida la persona in un percorso nel quale entrambi si impegnano per svelare disfunzioni, elaborare e mettere in atto strategie volte al superamento del disagio.

L’obiettivo dell’approccio pedagogico è quello di fornire consigli e indicazioni osservando e suggerendo percorsi di cambiamento.

La relazione tra consulente e cliente deve avere le seguenti caratteristiche:

  • Asimmetria: il cliente riconosce al consulente competenze educative specifiche;
  • Intenzionalità: il consulente è consapevole e responsabile del processo;
  • Responsabilità direzionale: il consulente offre la propria lettura e suggerisce l’introduzione di cambiamenti in funzione degli obiettivi;
  • Accoglienza: il consulente accoglie, supporta e sostiene e, allo stesso tempo, offre prescrizioni e direzioni da intraprendere;
  • Congedo: la consulenza si conclude con il congedo.

Approccio pedagogico: in che modo si svolge la consulenza? Secondo quali percorsi? Con quali strumenti?

Innanzitutto occorre specificare che il pedagogista opera in diversi contesti e con diverse utenze, ponendosi obiettivi che possono variare in relazione alla richiesta di aiuto.

Lo strumento principale dell’approccio pedagogico è sicuramente il dialogo, inteso come scambio comunicativo, e l’ascolto attivo.

L’ascolto attivo domina soprattutto i primi colloqui e consente di comprendere il tipo di intervento da porre in essere.

La prima fase del colloquio pedagogico, infatti, è proprio quella di anamnesi e di comprensione della situazione iniziale e del bisogno specifico della persona.

Sarà dunque caratterizzata da domande mirate volte all’individuazione del bisogno e da un grande ascolto attivo per comprendere la reale problematica.

Possiamo suddividere il colloquio in quattro fasi principali:

  1. Prima fase: accoglienza del cliente, definizione del problema e del bisogno specifico;
  2. Seconda fase: anamnesi generale;
  3. Terza fase: anamnesi della relazione educativa, presa in carico delle disfunzionalità e introduzione di strategie risolutive;
  4. Quarta fase: restituzione finale e congedo.

Nel prossimo articolo approfondiremo gli strumenti di comunicazione e l’approccio pedagogico funzionale per creare un clima di fiducia caratterizzato da ascolto attivo e dialogo.

Per essere sicuro di non perderti nessuno dei nostri contenuti seguici anche su Facebook e Youtube!
Se invece sei interessato a saperne di più sui corsi di Forensics Academy scrivici a info@forensicsteam.it!

Se desideri richiedere una consulenza pedagogica puoi contattare la pedagogista del nostro team, Giulia Piazza. Visita il sito di Non Solo Pedagogia per saperne di più!

Articolo di Giulia Piazza

La consulenza pedagogica

La consulenza pedagogica

Oggi voglio parlarvi della consulenza pedagogica e del ruolo del consulente pedagogico specificandone caratteristiche e ambiti di intervento.
La sfida che si pone alla consulenza pedagogica è la capacità di sintonizzarsi con i bisogni delle persone, di leggerli sotto le domande.

Questo è il servizio più prezioso che si possa offrire a che si rivolge alla consulenza.

Ciò avviene molto prima di parlare di soluzioni, prendersi in carico la domanda e il bisogno del cliente contribuisce a costruire un patto di fiducia e di sostegno che caratterizzerà poi l’intero percorso consulenziale.

Si tratta di accompagnare con professionalità la persona in un percorso di (ri)scoperta delle proprie risorse e potenzialità.

La consulenza pedagogica si attiva in relazione all’emergere di un bisogno di tipo educativo.

Sfatiamo subito un mito: la consulenza pedagogica non si rivolge unicamente ai bambini e ai loro genitori, bensì può rivolgersi ai servizi per l’infanzia, alle scuole, alle famiglie, ma anche alle aziende, agli enti e alle istituzioni in riferimento ad un bisogno educativo e formativo.

La pedagogia, infatti, si rivolge alla persona lungo tutto l’arco della vita, dall’infanzia all’età adulta fino all’età senile, con naturalmente bisogni differenti tra loro.

La consulenza, dunque, caratterizza molteplici contesti di vita, di apprendimento, di lavoro.
Possiamo affermare che la consulenza pedagogica abita molteplici territori e si costruisce con una vasta gamma di persone.

Può essere pedagogico il colloquio che si svolge con la responsabile di una scuola dell’infanzia, con il dirigente scolastico, con il titolare di un’azienda, con una famiglia, con un genitore, con un educatore.

 

Quali elementi rendono un incontro configurabile come consulenza pedagogica?

Per prima cosa, perché sono processi che si sviluppano fra persone rispetto a questioni percepite come problematiche.

Il compito del consulente è proprio quello di accompagnare il cliente nell’operazione di costruzione del problema a partire da tale situazione problematica vissuta, cioè, come una criticità.

Il secondo elemento in comune riguarda il fatto di “aiutare ad aiutarsi”.

L’obiettivo principale della consulenza pedagogico, infatti, è quello di accompagnare l’individuo nella formulazione di un progetto educativo che risponda ai bisogni propri e del contesto, personale e professionale, in cui è inserito.

Un terzo filo che connette le diverse consulenze pedagogiche riguarda la concezione delle persone come depositari e portatori di risorse che possono e devono essere attivate o riattivate per superare e attraversare le difficoltà.

Il consulente pedagogico non fornisce consigli o informazioni, non risponde in modo immediato a bisogni, bensì si occupa delle “energie trasformative” del soggetto.

È un processo di crescita e condivisione dove il consulente sostiene il soggetto nella comprensione, riscoperta e trasformazione delle proprie risorse personali.

Uno dei compiti più delicati della consulenza è, infatti, proprio quello della definizione comune e condivisa del bisogno o del problema, al di là della domanda esplicita.

La consulenza pedagogica viene intesa come aiuto a elaborare un progetto, partendo sempre dai bisogni e dal problema, da costruire al soggetto e ai soggetti che sono coinvolti.

Si allestisce così un ambiente di apprendimento reciproco in cui poter accompagnare il cliente in una riscoperta e a una riorganizzazione delle proprie risorse.

Infine, un quarto elemento imprescindibile della consulenza è il fatto di essere una pratica di secondo livello, cioè destinata a chi a propria volta educa, sia nei contesti naturali sia in quelli professionali.

Per concludere possiamo così riassumere gli aspetti fondamentali della consulenza pedagogica:

  • Obiettivo di consapevolezza di sé e di autorealizzazione personale;
  • Orientamento al futuro;
  • Riscoperta delle risorse personali;
  • Intervento sulla difficoltà momentanea e non sulla patologia;
  • Dimensione globale della persona;
  • Intervento sul progetto di vita;
  • Intervento di tipo preventivo, promozionale, di empowerment delle risorse personali;
  • Utilizzo di strumenti pedagogici specifici.

 

Se questo articolo sulla consuelnza pedagogica ti è piciuto non dimenticarti di seguirci anche su Facebook e Youtube per non perderti nessuno dei nostri contenuti.
Se invece sei interessato a saperne di più sui corsi di Forensics Academy scrivici a info@forensicsteam.it!

Se desideri richiedere una consulenza pedagogica puoi contattare la pedagogista del nostro team, Giulia Piazza. Visita il sito di Non Solo Pedagogia per saperne di più!

Articolo di Giulia Piazza

_____________________________

BIBLIOGRAFIA

Negri S, “la consulenza pedagogica”, Carocci Editor

× Contattaci!