Lo sport come strumento di inclusione sociale

Lo sport come strumento di inclusione sociale

All’interno dello scorso articolo abbiamo trattato insieme il tema della risoluzione dei conflitti. Nell’approfondimento odierno andremo a trattare temi quali la resilienza al cambiamento il cambiamento e a vedere in che modo poter usare lo sport come strumento di inclusione sociale.

Per parlare di resilienza dobbiamo innanzitutto soffermarci sulle condizioni di cambiamento, che, giorno dopo giorno, portano novità e trasformazione al nostro stile di vita quotidiano;

L’adeguamento a queste innovazioni, a cui non possiamo non adattarci, deve in noi trovare piena adozione in quanto devono essere percepite come opportunità di miglioramento al nostro modo di vivere sia personale che comune, al nostro lavoro e a tutte le sfere della nostra quotidianità.

Detto adattamento viene appunto chiamato col nome di “resilienza”.

 

La resilienza

A livello concettuale abbiamo definito un primo punto importante, ovvero assumere atteggiamenti e stili derivanti da predetti cambiamenti.

Ma per riuscire a mettere realmente in pratica tutto ciò dobbiamo renderci conto che vi sono cambiamenti in corso: un’attenta analisi di tutto ciò che accade intorno a noi deve essere motivo di puntuale valutazione degli accadimenti in corso o di prossima venuta.

L’agire di conseguenza, ci deve portare ad intraprendere nuovi percorsi che, in una o più volte, ci consentano di adeguarci alle nuove situazioni che ci si pongono davanti.

Uno degli strumenti che si possono usare per far si che questi cambiamenti in noi possano avvenire è lo sport.

Dico questo perché lo sport, da sempre, è uno stile di vita; infatti, come nella vita, praticare attività sportiva significa intraprendere un percorso in cui ci si prefiggono mete ed obiettivi, fatto di ostacoli che, di volta in volta, mutano per impegno e difficoltà ma che si devono superare, mettendo in campo ogni possibile soluzione al problema; questi sono solo alcuni dei fattori che suggeriscono lo sport come strumento di inclusione sociale, andiamo a vederli più nello specifico.

Lo sport come strumento di inclusione sociale

Parlando di attività sportiva non si intende la pratica sporadica ed occasionale (come una partita a tennis o a calcio con gli amici “una tantum”), ma di una vera e propria scelta del tipo di sport da praticare, secondo le proprie aspirazione ed inclinazioni.

Questo è importantissimo, soprattutto se si vuole usare lo sport come strumento di inclusione sociale, in quanto se non si ha dedizione e convinzione delle scelte fatte, sicuramente abbandoneremo l’attività alle prime difficoltà ricadendo in abitudini non costruttive o cedendo alla pigrizia.

Non scegliamo quindi la palestra “dove vanno gli amici” per avere qualcuno con cui parlare, ma frequentiamo un’attività che consideriamo a noi congeniale, che sia inizialmente dilettantistica e non prettamente agonistica: la parte agonistica di una disciplina diventerà un’ulteriore stile di vita, ma che sceglieremo solo a ragion veduta, valutando bene gli impegni ed i sacrifici che essa, implicitamente, ha.

La pratica sportiva induce la produzione di dopamina, che è conosciuta anche come l’ormone dell’euforia, in quanto la sua presenza è legata alla sfera del piacere e al meccanismo della ricompensa, ed è in grado di suscitare una sensazione di appagamento e di gratificazione, di piacere e benessere.
Questo mediatore chimico è in grado di rilasciare una sensazione di benessere psicofisico e di profondo appagamento, e che ci dà la giusta motivazione per raggiungere i nostri obiettivi.

È quindi chiaro che chi pratica sport trova uno stimolo importante per tutti quei momenti in cui ci si presenta il “bivio” che ci porta o al successo o all’insuccesso, siano essi in campo atletico che nella quotidianità. Questa condizione fisico/mentale è alla base dell’atteggiamento positivo e propositivo, utile a superare le difficoltà di adattamento e di adeguamento ai cambiamenti.
L’attività fisica produce questi effetti, ed è sufficiente  la pratica costante di un’attività aerobica  (con sessioni di almeno 60 minuti per 2 volte a settimana) o una camminata quotidiana di almeno 30-40 minuti, per favorire una piacevole sensazione di benessere.

La dopamina risulta importantissima per il nostro corpo nella vita di tutti i giorni ma non solo! Infatti è fondamentale per stimolare la cosiddetta memoria di lavoro, cioè quella parte della memoria a breve termine che ci consente di immagazzinare ed elaborare dati e concetti fondamentali nelle nostre attività quotidiane;
Inoltre ad alti livelli di questo ormone sono associati ad un’elevata capacità di apprendimento, mentre, al contario, bassi livelli di dopamina associati a distrazione e incapacità di concentrarsi;
Quest’ormone regola anche i ritmi biologici dell’organismo, favorendo l’alternanza sonno/veglia e l’importantissima funzione di recupero delle capacità psicofisiche;

Questo neurotrasmettitore è in grado di influire sul tono dell’umore, determinando uno stato euforico di generale benessere psico/fisico. Contribuisce, anche se non in modo particolarmente rilevante, uno stile alimentare sano ed equilibrato, che può supportare sì la prestanzione fisica, ma che non è di grande aiuto alla produzione di dopamina in modo diretto: infatti, anche se si fosse pensato di poter trovare scorciatoie chimiche di sintesi, la dopamina non può essere incrementata direttamente attraverso l’alimentazione e veicolata dall’assunzione di sostanze chimiche poiché, qualora fosse introdotta attraverso il cibo o per via venosa, rimarrebbe a livello del sistema sangiugno, non riuscendo così a raggiungere il sistema nervoso centrale; pertanto, la soluzione più idonea è quella di produrla con l’attività fisico/sportiva.

Da qui entra in campo il concetto di “resilienza”, ovvero un atteggiamento mentale in grado di recepire e mettere in campo l’adattamento alle novità ed una resistenza fisica che è in grado di supportarla e sopportarla.

L’atteggiamento mentale che è capace di sconfiggere quei falsi miti che il nostro cervello ci mette davanti (“non ce la faccio”, “non ho le doti necessarie”, “chi ci riesce ha predisposizione al cambiamento”, ecc.); si, perché spesso l’impegno necessario a mettere in pratica il cambiamento ed il possibile insuccesso ci fanno desistere da adottare dette innovazioni; in campo sportivo (ma anche nella quotidianità) detti cambiamenti comportano un grande sforzo da parte del cervello, il quale, a livello inconscio, ci spinge a non cambiare la condizione in cui esso stesso si trova in quel momento, inviandoci segnali quale stanchezza, spossatezza e difficoltà di ogni sorta e genere (dolori muscolari, crampi, senso di malessere generale) inducendoci così a desistere.

Ebbene, l’attività fisica crea in noi le basi necessarie all’adattamento ed al superamento degli ostacoli che incontriamo, a cui non dobbiamo far mancare una forza di volontà ed un atteggiamento mentale capace di attenuare, se non addirittura eliminare, angosce e paure, ansia e predisposizione all’insuccesso.

In conclusione, cito un celebre pensiero di Charles Darwin, più che mai attinente all’argomento:

“Non è la specie più forte o la più ingelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

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Articolo di Martina Petrucciani

Risoluzione dei conflitti comunicativi: 6 soluzioni

Risoluzione dei conflitti comunicativi: 6 soluzioni

Negli articoli precedenti ho raccontato chi è e cosa fa un mediatore familiare e di cosa si occupa la mediazione in pratica. Oggi parleremo invece di risoluzione dei conflitti, vi fornirò 6 soluzioni utili nella mediazione e nella conciliazione con il vostro interlocutore!

Abbiamo trattato gli stili comunicativi in breve e identificato quelli che vengono definiti i blocchi comunicativi che ostacolano la buona riuscita di una conversazione sana e distesa tra due persone.

Per migliorare la propria comunicazione verbale, l’uso di espressioni e parole adeguate, migliorare e allentare la propria capacità empatica e sensibilità, la modalità di ascolto attivo si deve necessariamente affiancare ad una conoscenza più approfondita di come le persone mettono in atto, in certe situazioni, copioni o maschere, che inevitabilmente celano significati ed emozioni nascoste.

Risoluzione dei conflitti e copioni comunicativi

In psicologia della comunicazione la risoluzione dei conflitti passa attraverso la capacità di riconoscere i cosiddetti copioni.

Si tratta di maschere che indossiamo nelle relazioni con gli altri e che rappresentano difese che utilizziamo per difenderci da emozioni o sentimenti di disagio.

Il copione protegge dal rischio di un rifiuto; indossando una maschera possiamo infatti essere ciò che più ci piace, ciò che gli altri desiderano, qualcosa o qualcuno di adeguato e perfetto, così come richiesto dalla società o come l’altro si aspetta.

Mostrare all’esterno una immagine di sé accettata e forte ci aiuta ad aumentare la nostra autostima, la nostra self-efficacy, dandoci valore agli occhi degli altri e ai nostri, controllando i nostri sentimenti di frustrazione o inadeguatezza.

Questi copioni, inevitabilmente, nascondono ciò che realmente siamo e desideriamo, ponendosi come ostacolo alla comunicazione, dunque per una migliore risoluzione dei conflitti comunicativi è necessario riconoscerli.

I copioni comunicativi

Elenco di seguito, con una breve spiegazione, i copioni comunicativi.

  1. Il copione dell’evitamento

In risoluzione dei conflitti comunicativi, il copione dell’evitamento rappresenta un importante ostacolo: la persona che si trova ad indossare questa maschera utilizza espressioni come “non c’è niente da fare” “sono senza speranza” “non c’è via di fuga” e questo atteggiamento denota l’incapacità di affrontare una determinata situazione o un cambiamento.

Affrontare un cambiamento, prendere una decisione o fare una scelta comporta forza di spirito, coraggio e determinazione, per cominciare. chi adotta atteggiamenti di vittimismo, e frasi come “capitano tutte a me” “sono il solito sfortunato” “sono perseguitato dalla sfortuna”, esternalizza il senso di responsabilità sul controllo degli eventi.

Per la risoluzione dei conflitti, avere un punto di vista interno di responsabilità, porsi come agenti attivi nella situazione e nel cambiamento, è molto importante.

Sentirsi in balia della sfortuna, degli avvenimenti o del controllo altrui, non permette di cambiare le cose o controllarle.

Nella risoluzione dei conflitti, il copione dell’evitamento non permette di avere lucidità e razionalità sui differenti stili comunicativi propri degli interlocutori e rende difficoltoso il controllo e la mediazione verso una risoluzione pacifica.

  1. Svalutare gli altri per affermare sé stessi

Questo copione utilizza frasi come “io avrei fatto così” “io non sono come te” “non mi sarebbe mai venuto in mente” “io non sono così egoista (come te)”.

La risoluzione dei conflitti non è possibile quando, a fronte di questo copione, il nostro interlocutore si sente giudicato e svalutato, fino al punto di rispondere e reagire con rabbia nei nostri confronti.

Questi atteggiamenti rappresentano vere e proprie barriere comunicative!

  1. Svalutare sé stessi per non assumere responsabilità

Attraverso questo copione, la persona si svaluta agli occhi dell’altro, non si ritiene affidabile o capace di affrontare o risolvere una situazione.

La risoluzione dei conflitti con questi soggetti è difficoltosa perché la persona, criticandosi e ponendosi in una posizione di inferiorità rispetto l’altro, si fa “terra bruciata” attorno, isolandosi, anche per non assumersi delle responsabilità.

  1. Il copione della giustificazione

Quando le cose non vanno bene, la risoluzione dei conflitti non è possibile, è facile che un soggetto inserisca nella propria comunicazione questo copione: il copione della giustificazione.

In questo senso, si cercano giustificazioni per i propri fallimenti, facendo ricadere su altre persone o situazioni la colpa degli eventi.

Approfondirò questo tema nella seconda parte di questo articolo, quando parlerò della teoria dell’etichettamento.

  1. Il copione della forza

Ostentare un carattere forte ed energico è tipico di quanti utilizzano questo copione, che potrebbe essere utile alla risoluzione dei conflitti, almeno all’apparenza, lasciando però dei segni nella sfera soggettiva emotiva.

Il nostro interlocutore può fare tutto, elencando tutti gli impegni che può e riesce ad affrontare durante la giornata.

  1. Il copione della fragilità

Quando una persona, in un conflitto comunicativo, si sente minacciata dallo stile aggressivo dell’altro, dai toni accesi, dalla potenza della sua comunicazione non verbale, può adottare questo atteggiamento di fragilità, che richiede protezione dalle violenze verbali.

La risoluzione dei conflitti è favoreggiata dall’aspetto emotivo e empatico di questo copione: chi lo utilizza, richiamando episodi del suo passato in cui è stato trattato male e ha sofferto, può avvicinarsi alla sfera sentimentale ed emotiva dell’interlocutore, che può essere maggiormente disposto a cedere e a “darla vinta”.

Come oltrepassare le barriere e i copioni

Per la risoluzione dei conflitti è necessario riconoscere lo stile comunicativo del nostro interlocutore, ma anche l’utilizzo di barriere e copioni che mascherano un determinato stato d’animo.

In questo senso, vediamo quali sono gli strumenti operativi pratici che possiamo utilizzare per avvicinarci al nostro interlocutore nella risoluzione dei conflitti comunicativi.

Regola numero 1: concentrati sull’altro

Ascolta attivamente il tuo interlocutore, carpisci bene le sue parole, ciò che intende dire e non dire. Ascolta e osserva la sua comunicazione non verbale.

Regola numero 2: fai domande

Ricorda! Non porre domande investigative che rischiano di giudicare o svalutare l’altro, fai piuttosto domande di approfondimento per comprendere meglio ciò che l’altro intende, come si sente, incoraggiando a continuare il discorso e ad essere più chiaro.

Regola numero 3: esprimi interesse sincero

Lascia lavorare i tuoi neuroni specchio! Attiva il canale dell’empatia, abituati a metterti nei panni dell’altro e ad accettare concetti che fatichi a comprendere o riconoscere. siamo tutti diversi e i significati sono infiniti!

Regola numero 4: esprimi la tua vicinanza e comprensione

Parafrasa il contenuto di ciò che l’altro dice, rifletti il suo sentimento attraverso la comunicazione non verbale. Puoi avvicinarti a lui, sorridere o mostrarti triste, sempre in maniera congruente rispetto il tuo e il suo parlato.

Regola numero 5: massimizza la comunicazione non verbale

Nella risoluzione dei conflitti non è mai necessario utilizzare molte parole! Punta piuttosto su un buon contatto visivo, rimani in una posizione di apertura per dimostrare interesse e vicinanza.

Regola numero 6: concentrati!

Dimostra di essere presente e sintonizzato! La risoluzione dei conflitti avviene molto semplicemente, a volte, solo concentrandosi bene su ciò che l’altro dice invece che su ciò che noi pensiamo. Lascia terminare i discorsi, ascolta fino alla fine e proponi soluzioni propositive, sempre con un atteggiamento positivo.

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Articolo di Martina Petrucciani

La mediazione familiare e 11 errori

La mediazione familiare e 11 errori

La mediazione familiare è uno strumento molto importante nella inter-mediazione dei conflitti e della comunicazione all’interno del nucleo familiare.

  • Essa può agire in prevenzione, ovvero quando “c’è qualcosa che non va” ma non si è in grado di riconoscere i “sintomi” di una situazione che non funziona e non si hanno le risorse o gli strumenti per risolverla.

Sarà capitato a tutti di ritrovarsi bloccati in una situazione difficile con un’altra persona, senza comprendersi e trovarsi davanti a quel muro di gomma che non siamo in grado di attraversare, un fitto e impenetrabile muro alla comunicazione, che rappresenta una chiusura, un evitamento o in ogni caso un ostacolo ad un buon rapporto.

La mediazione familiare aiuta l’instaurarsi di buone relazioni interpersonali, la risoluzione di dinamiche incomprese o non chiare, a riconoscere la comunicazione aggressiva o quella passiva e ad avvicinare gli interlocutori tra loro, migliorando la loro comunicabilità.

  • La mediazione familiare lavora altresì quando qualcosa, nella relazione, si è già rotto: è il caso delle separazioni coniugali o di coppia, quando molto spesso, difronte al proprio legale, si discute e si litiga per la gestione dei figli, ad esempio.

Gli ostacoli della comunicazione

Nell’articolo precedente sul ruolo della mediatrice familiare ho raccontato alcuni principi di osservazione della comunicazione basati sugli aspetti dei cosiddetti stili: lo stile assertivo, passivo e aggressivo.

Vediamo ora quelli che sono conosciuti come i maggiori ostacoli alla comunicazione e le barriere comunicative che la mediazione familiare si impone di risolvere.

Quando ci relazioniamo con qualcun altro portiamo con noi il nostro bagaglio di esperienze, uno zainetto pieno di cose belle e brutte, problematiche e difficoltà, che si possono ripercuotere sul modo in cui percepiamo e intendiamo il mondo.

Si sa che tutte le esperienze negative insegnano, esse però posso anche modificare:

  • Processi di insegnamento-apprendimento;
  • Le nostre convinzioni;
  • La modalità educativa;
  • La modalità in cui si sceglie di relazionarsi o comunicare.

Anche in modo permanente.

La mediazione familiare studia le modalità di analizzare dette problematiche, fino a rendere il soggetto consapevole di ciò che è mutato nella sua modalità di approccio verso gli altri e modellare le sue convinzioni, magari rigide e impostate, verso un modo più flessibile di comunicare.

Le barriere comunicative

La mediazione familiare in pratica aiuta e sostiene le persone verso la loro consapevolezza comunicativa, individuando i blocchi e le rigidità emotive, se presenti, per limitarle e migliorare la propria vita relazionale.

È Thomas Gordon ad individuare 12 barriere comunicative, esse sono:

la mediazione familiare

  1. Ordinare, comandare, esigere;

Nel confronto con l’altro, Gordon sostiene che dire “tu devi fare così” significhi comandare e ordinare un comportamento; la mediazione familiare consiglia di utilizzare termini condizionali come “dovresti” e domande attive “che ne pensi di..” che coinvolgano maggiormente il soggetto come parte attiva.

  1. Avvisare, minacciare;

Questo atteggiamento è tipico dell’educazione genitoriale: “se continui così..”, comunicativamente si impone come una minaccia o un avviso carico di conseguenze negative. Anche in questo caso, la mediazione familiare consiglia di adottare un atteggiamento più aperto e flessibile, con l’uso di domande o spiegando, soprattutto ai figli, i contro e le conseguenze delle proprie azioni.

La mediazione familiare che lavora con gli adolescenti riconduce la minaccia frequentemente a comportamenti di rabbia e ribellione, in risposta ad uno stato emotivo celato più spesso da paura e ansia.

  1. Fare la predica, rimproverare;

Un punto importante nella mediazione è la cosiddetta simmetria dei rapporti: tutti devono essere concepiti allo stesso livello e così trattati. Se ti faccio la predica, mi pongo in una posizione di superiorità rispetto a te! Questo atteggiamento dimostra mancanza di fiducia nella responsabilità dell’altro e, di nuovo, può minare i rapporti con i nostri figli adolescenti.

In mediazione familiare, il rimprovero è anche correlato ad emozioni come il senso di colpa e di inferiorità che, nelle coppie tossiche, può causare dipendenza affettiva.

  1. Redarguire, ammonire;

La mediazione familiare utilizza un metodo che si chiama “punto contro punto” per facilitare il dibattito e il confronto tra persone in lite. Ammonire l’altro durante una discussione non permette e non facilita l’attività di ascolto ma inserisce invece le interruzioni, ostacoli alla buona comunicazione.

  1. Giudicare, criticare, disapprovare;

La critica distruttiva è, da sempre, correlata al giudizio verso l’altro e elemento che spesso ricorre nelle difficoltà comunicative, anche legata ad incomprensioni del tipo “non volevo dire quello”.

Quando il nostro interlocutore assume una nostra frase o parola come giudizio verso di lui o un suo comportamento tenderà a chiudersi ed allontanarsi da noi. irrimediabilmente il rapporto ne risulterà compromesso.

  1. Stereotipare, etichettare;

“Sei il solito ritardatario”; “quelli come te…” utilizzare stereotipi o etichette, come sostengono gli studi de la mediazione familiare, scredita e svaluta una categoria, una tipologia di persone e l’interlocutore stesso, che può provare emozioni di frustrazione e rabbia.

  1. Indagare, mettere in dubbio;

La mediazione familiare spinge gli interlocutori ad un ascolto di tipo attivo: fare domande di controllo rispetto al contenuto raccontato in modo empatico e per “mettersi nei panni” dell’altro al meglio.

Attenzione però a come lo facciamo! Fare domande troppo dirette, indagative, investigative, con aria e atteggiamento di presunzione e dubbio può screditare l’altro e farlo sentire inadeguato, incompreso e frustrato; l’aumento di ansia può portare a emozioni di rabbia.

  1. Cambiare argomento fare sarcasmo, distrarre;

L’utilizzo dell’ironia può essere un valido strumento pratico per modificare l’emozione di tristezza o rabbia di un interlocutore, ma solo in determinate situazioni! Non sempre funziona! Il rischio è di svalutare ciò che l’altro dice, mostrandosi insensibili all’emozione dell’altro, che tenderà a chiudersi o arrabbiarsi ancora di più!

  1. Consigliare, dare soluzioni;

Immaginate una situazione in cui avete dato un consiglio spassionato ad un amico: non avete per caso pensato a qualcosa che vi è realmente successo? Il rischio è portare la nostra diretta esperienza all’interno dell’esperienza soggettiva di qualcun altro!

  1. Interpretare, diagnosticare;

Non sempre la nostra soluzione è una buona soluzione per gli altri! L’altro può sentirsi non all’altezza, non capace o bloccare la comunicazione con noi per sentimenti di vergogna e imbarazzo. Il confronto può essere percepito, ferire e allontanare.

  1. Rassicurare, consolare;

Quello che può sembrare un comportamento positivo e di supporto verso il nostro interlocutore, è riconosciuto in mediazione come un atteggiamento rischioso: “non fare così; non è grave” sono affermazione che possono minimizzare l’importanza del problema altrui e, nuovamente, allontanarlo o farlo sentire inadeguato.

Il rischio di minimizzare, negare il problema o le conseguenze, svalutare o generalizzare una situazione importante per l’altro è un problema riconosciuto.

  1. Apprezzare, accettare positivamente;

Per ultima, una barriera POSITIVA che nasconde però un piccolo trucco: il nostro messaggio verbale deve essere sempre coerente e congruente con il nostro messaggio non verbale: esprimere a parola dispiacere, vicinanza, tristezza, senza un adeguato e sincero accompagnamento di gesti, espressioni del viso, uso della voce, inevitabilmente lascerà intendere un’incoerenza che trasmetterà falsità e menzogna.

La mediazione familiare e le barriere

La mediazione familiare individua alcune cause principali alla base delle barriere:

  • Scarsa conoscenza del nostro interlocutore;
  • Differenze culturali;
  • Difficoltà nei processi di decodifica ovvero di attribuzione di significato a ciò che riceviamo;
  • Scarsa abilità espressiva o di riconoscimento emotivo ed empatico;
  • Messaggi non chiari, ambigui;
  • Incongruenza tra il canale verbale e non verbale;

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Thomas Gordon, Relazioni efficaci. Come costruirle. Come non pregiudicarle, La Meridiana Edizioni, 2014

La mediatrice familiare: perchè ci serve

La mediatrice familiare: perchè ci serve

Chi è la mediatrice familiare

La mediatrice familiare è un’esperta nella gestione delle emozioni e della comunicazione in una relazione di coppia, genitoriale, di coniugi o, in generale, nelle dinamiche relazionali.

È una figura che si pone come obiettivo primario l’ascolto e l’osservazione di cosa e come si comunica, si esprimono i concetti, la scelta di parole, cosa comunica il volto e il corpo di chi si sta relazionando.

Chi si rivolge ad una mediatrice possono essere coppie in difficoltà, genitori e figli, genitori e nonni, ma anche una coppia di amici.

È necessario che la mediatrice familiare abbia competenze psico-educative, legali, ma soprattutto comunicative e che sposi un atteggiamento che favorisca il problem solving e la cooperazione tra le parti.

La mediatrice familiare è un terzo neutrale che offre un intervento professionale ad una relazione in crisi, e si pone come scopo ripristinare e riorganizzare la relazione stessa, rinegoziare le condizioni alla base di un rapporto che sia equilibrato per entrambe le parti.

La mediatrice offre un sostegno pratico e utilizzabile autonomamente dalle parti per gestire un conflitto comunicativo e raggiungere più ragionevolmente e positivamente un accordo, nella gestione familiare o in supporto a studi legali.

Cosa fa la mediatrice familiare in pratica

La mediatrice familiare può aiutare ad individuare il nostro modo di comunicare, il nostro stile comunicativo e, con questa consapevolezza, sarà più facile comprendere gli altri, le differenze tra ciascuno, accettandole e migliorando la nostra comunicazione.

La mediatrice familiare può aiutare, concretamente e praticamente, le persone, nel riconoscere le proprie modalità di relazionarsi con gli altri in diverse situazioni di normalità o critiche, in cui le emozioni intervengono e divengono centrali, influenzandone i risultati.

All’interno della mediazione familiare ci si pone affianco alla persona, la si accoglie e la si aiuta a:

  • Assumere il punto di vista degli altri per comprenderne i pensieri e le emozioni, senza giudicarlo, valutarlo o manipolarlo;
  • Riconoscere i propri limiti, di azioni non appropriate, fuori luogo, controllando i propri pensieri nei confronti dell’altro, per non metterlo in difficoltà;
  • Gestire le regole di comunicazione, i tempi di parola e di risposta, i silenzi, nel rispetto delle emozioni proprie e dell’altra persona, in differenti contesti;
  • Allenare l’assertività, ovvero la capacità di ascoltare l’altro, con competenza relazionale, riconoscendone i bisogni.

La mediatrice familiare aiuta a migliorare le situazioni in cui si vuole:

  • Esprimere disaccordo ad una persona verso una determinata situazione;
  • Rispondere o muovere una critica;
  • Fare richieste o reagire a persone insistenti;
  • Imparare ad osservare l’interlocutore per individuarne gli obiettivi primari;
  • Esprimere disaccordo senza entrare in conflitto.

Allenare l’assertività

La mediatrice familiare aiuta ad allenare l’assertività; individua, infatti, nei soggetti con cui si relaziona, le inabilità comportamentali che, a causa di stati ansiosi, non sanno esprimersi correttamente o si esprimono in maniera non efficace (JOSEPH WOLPE 59 psicoterapeuta).

Wolpe prende in considerazione anche situazioni in cui l’anassertività, intesa come incapacità di esprimere una corretta comunicazione con l’altro, deriva da una mancanza di apprendimento da modelli inadeguati; in tal caso l’ansia non è causa di tali atteggiamenti bensì una conseguenza di essi.

Partendo dagli studi e dalle teorie di Wolpe, sono Libet e Lewinsohn, nel 1973, che definiscono la capacità del soggetto di utilizzare, in ogni contesto relazionale, modalità di comunicazione che rendono altamente probabili risposte positive dell’ambiente e riducono la possibilità delle conseguenze negative.

In tal senso, le capacità di una persona di riconoscere e affermare le proprie esigenze, con alta probabilità di raggiungere ei propri obiettivi, rispettando i diritti degli altri e tenendo con essi una relazione sempre positiva, è definita assertività.

La mediazione familiare allena:

  • La capacità di esprimere e ricevere approvazioni, stima e affetto;
  • La capacità di esprimere disapprovazioni;
  • La capacità di dire di no;
  • La capacità individuale e soggettiva di risolvere i problemi senza dipendere dal contesto, dagli altri;
  • Capacità di interazione con gli altri, di socializzare, di continuare o concludere una conversazione;
  • L’abilità e la responsabilità, anche organizzativa e di pianificazione, di guidare e influenzare gli altri verso la risoluzione delle difficoltà.

Il continuum comportamentale

L’assertività si descrive in un continuum tra due posizioni comunicative opposte: la passività, contraddistinta da atteggiamenti di rassegnazione, ansia, introversione, isolamento, fino a frustrazione e depressione e l’aggressività, connotata da emozioni di forza, esuberanza, determinazione ostinata fino a egocentrismo.

L’allenamento da una posizione di aggressività o da passività ad una posizione più equilibrata e ottimale di assertività è ciò a cui punta, nei propri incontri con la persona, la mediatrice familiare, consapevolizzando e responsabilizzando i soggetti verso il migliore stile comunicativo.

L’obiettivo personale viene raggiunto senza però interferire con gli obiettivi degli altri, che vengono ascoltati, compresi, accettati ed inseriti e accolti nel proprio obiettivo, così da conciliare e cooperare con gli altri, attraverso tecniche di negoziazione né persuasiva né manipolatoria.

La mediatrice familiare sa che i differenti stili di comunicazione appartengono a ciascuno di noi, anche se ognuno ha un proprio stile prevalente, nelle diverse situazioni è possibile adottare uno stile piuttosto che un altro.

In tal senso, il comportamento passivo viene adottato generalmente nelle situazioni in cui si ha poco tempo a disposizione per poter esporre le proprie opinioni, o se “non ne vale la pena” e non si ha una condizione emotiva adeguata a sopportare, in quel momento, una data situazione, per cui si rimanda di affrontare il problema.

Il comportamento aggressivo può essere adottato se vengono infrante delle regole, come nel caso di un genitore e se si ha a che fare con persone ostili o esigenti, per cui è facile “perdere il controllo” delle proprie emozioni.

 

Speriamo che in questo articolo tu abbia trovato tutte le risposte che cercavi sulla mediatrice familiare, ma non dimenticare che se hai altri dubbi o perplessità puoi scriverci a info@forensicsteam.it!
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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Libet, J. M., & Lewinsohn, P. M. (1973). Concept of social skill with special reference to the behavior of depressed persons. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 40(2), 304–312

Sociologia della devianza e della criminalità: baby gang e reato

Sociologia della devianza e della criminalità: baby gang e reato

Nell’articolo precedente ho trattato importanti teorie di sociologia della devianza e della criminalità, lasciando i lettori sulle definizioni di “anomia” ad opera di Emile Durkheim.

Riprendendo questo autore francese, filosofo, interessato alla pedagogia negli anni di fine Ottocento, il reato viene definito come “naturale” poiché non esiste una società senza regole e ciascuna di esse presenta al proprio interno soggetti devianti.

Citando Durkheim, se la società fosse esente dalla criminalità sarebbe un fatto impossibile.

Il crimine, secondo questa prospettiva in sociologia della devianza e della criminalità, è un fatto del tutto normale.

Nelle sue pubblicazioni, l’autore e studioso francese sottolinea l’importanza di ritenere il crimine e il reato come fattore centrale della salute pubblica, parte integrante di ogni società sana, un fenomeno inevitabile, che caratterizza la costituzione dell’uomo.

Dai suoi studi di sociologia della devianza e della criminalità, Durkheim presenta il reato come un fatto increscioso, causato dalla cattiveria incorreggibile dell’uomo.

Ogni società, tuttavia, è diversa da un’altra: ciò che viene definito come fenomeno criminoso può differire a seconda della cultura presente in quella specifica società.

 

L’utilità sociale del crimine in sociologia della devianza e della criminalità

Contrariamente alle idee correnti, il criminale non appare più come un essere radicalmente non-socievole, una specie di elemento parassita, di corpo estraneo […] egli è invece un agente regolare della vita sociale”.

Secondo lo studioso, il crimine serve alla società per dare una spinta ai fenomeni di cambiamento; in sociologia della devianza e criminalita questo viene studiato come un punto fondamentale e innovativo: il crimine garantisce il progresso.

In questo senso, ogni società che debba ripristinare l’ordine dopo un evento criminoso o prevenirlo o cambiare un assetto societario perché il fatto non si ripresenti, andrebbe incontro ad un mutamento positivo.

Nello studio della società, Durkheim teorizza come il passaggio da una società tradizionale ad una industriale abbia modificato i bisogni e gli obiettivi dei consociati, indirizzando e mutando anche la natura del comportamento criminale.

Per il buon funzionamento della società moderna è necessario, per lo studioso, strutturare un sistema di regole, norme e valori, che regolano il comportamento e ne prevengono gli atteggiamenti devianti.

 

La nascita dei gruppi delinquenti

È tra la fine del Novecento e inizio Duemila che Albert Cohen si prende carico di studiare, tramite l’osservazione della propria realtà circostante, il comportamento dei ragazzi diventati delinquenti in gruppo.

Secondo questo filone di sociologia della devianza e criminalita, il comportamento non è studiato soggettivamente, ovvero in capo al singolo individuo, bensì le ragioni del crimine e dei comportamenti devianti sono studiati in interazione con un gruppo.

Caratteri e influenza della gang giovanile

Albert Cohen teorizza il concetto di sottocultura deviante, riferendosi a una forma di vita diventata tipica in certi gruppi della società, sottolineando ovviamente che ciascun gruppo sociale ha una cultura specifica propria e, all’interno di questo, sono presenti sottogruppi sociali con una propria sottocultura.

Citando lo studioso:

 “Questi gruppi sono le bande di ragazzi che prosperano nella forma più vistosa entro i “quartieri della malavita” dei nostri maggiori centri urbani. Col passare degli anni alcuni dei membri di queste bande divengono normali cittadini […], altri diventano criminali professionali e adulti, ma la tradizione delinquente è mantenuta dalle generazioni seguenti

In sociologia della devianza e criminalita, la sottocultura delinquente intesa come baby gang giovanile, è:

  • Gratuita, maligna, distruttiva;
  • Un modello di vita che si oppone a quelli tipici e rispettabili della società adulta, con cui è in conflitto;
  • In contrasto con progetti di lungo periodo, con il futuro;
  • In contrasto con le attività di studio, impegnative, vincolanti;
  • Contro ogni costrizione;
  • In difesa dell’autonomia del gruppo stesso dalle incursioni esterne;
  • Chiusa all’esterno, le relazioni interne sono strette e si impongono violentemente;
  • Ostile, ribelle.

Mass media e sociologia del crimine

In un articolo precedente abbiamo parlato di Merton e della sua teoria sull’influenza e sulla responsabilità della società sui comportamenti criminali, introducendo la teoria dell’etichettamento sociale del crimine e del reo.

È Stanley Cohen a proseguire questo lavoro e arricchire le teorie di sociologia della devianza e della criminalità, spiegando e studiando il ruolo svolto dai mass media nella società moderna.

Secondo l’autore, il deviante subirebbe un’etichettamento da parte della comunità di appartenenza, a sua volta influenzata dai mezzi di comunicazione di massa.

Quando un soggetto deve prendere una decisione, molte sono le variabili cui si poggia: tra esse vi sono alcune influenze interne alla società ma esterne al gruppo che riguardano il ruolo dei mezzi di comunicazione di massa, i quali operano un’influenza diretta sulle percezioni di rischio e di paura individuali.

In questo senso, il rischio è che la società individui alcuni gruppi specifici, indicati dai mass media come devianti e li etichetti individuandoli come capri espiatori.

Le teorie di sociologia della devianza e criminalita vanno sempre più nella direzione di individuare una concausa al comportamento sbagliato e di ricordare alla società la propria responsabilità nel proteggere e supportato tutti i cittadini.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Durkeim E. Le regole del metodo sociologico, Edizioni Comunità, Torino

Cohen A, Ragazzi delinquenti. Una penetrante analisi sociologica della “cultura” della gang”, Feltrinelli, Milano.

Diritto penitenziario e costituzione

Diritto penitenziario e costituzione

Nel precedente articolo vi abbiamo parlato di sociologia criminale, partendo dalla sua storia e arrivando alle cause che scatenano un comportamento deviante. All’interno di questo articolo, invece, analizzerò le evoluzioni del sistema penale italiano con alcune considerazioni specifiche del rito minorile.

Studiare il diritto penitenziario e costituzione è centrale per la criminologia, con l’obiettivo di studiare e proporre interventi che possano prevenire la recidiva del comportamento deviante.

È nel periodo illuminista che si colloca la Scuola Classica, maturata a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.

Diritto penitenziario e costituzione nella Scuola Classica

Gli studiosi dell’epoca di riferimento ritenevano che l’uomo potesse scegliere deliberatamente le azioni da porre in atto, elaborando una nozione razionale di reato come calcolo di un rapporto tra costi e benefici risultanti da esso.

A fondamento del diritto penale si poneva la responsabilità morale del soggetto, il quale solo veniva ritenuto responsabile per il male commesso.

La pena veniva intesa in una concezione retributiva in cui essa rappresentava la necessaria conseguenza del fatto commesso, connotata come punizione personale e inderogabile. Il sistema penale poggiava sulla convinzione che fosse necessario proporzionare la pena al reato commesso, rendendola utile allo scopo di preservare la società da atti criminosi.

Abolite le pene corporali, la pena comincia ad assumere un significato di conseguente privazione di libertà in capo ad un soggetto, incriminato per un reato, per un periodo direttamente proporzionale alla gravità del fatto commesso.

Per il diritto penitenziario e costituzione, la detenzione si poneva così al centro del del quadro sanzionatorio.

La Scuola Classica concepiva un diritto penitenziario e costituzione in senso garantista dei diritti umani, partendo da una definizione di reato come violazione dell’ordine sociale attuata da un soggetto con capacità di determinazione.

Da questi presupposti vennero introdotti alcuni concetti che assumeranno nel tempo importanza basilare per il diritto penitenziario e costituzione:

  • Il principio di legalità ed offensività del reato;
  • I concetti di imputabilità e colpevolezza in capo ad un soggetto;
  • Il carattere personale della pena.

Anche l’autocorrezione del reo era un principio cardine del sistema dell’epoca, attuato mediante l’uso di pratiche e strumenti ritenuti idonei al fine di modificare la mente umana.[1]

Tale visione poggiava sulla convinzione che, aumentando il periodo di pena prevista per un reato, sarebbe aumentata nei consociati la paura nei confronti del sistema, producendo così, nel tempo, una diminuzione sensibile di comportamenti devianti, in favore di un atteggiamento di maggiore rispetto delle leggi da parte dei cittadini.

Con tale convinzione era possibile mettere in atto una funzione preventiva degli atti devianti da un lato e, dall’altro, una funzione di prevenzione della recidiva in soggetti già individuati come pericolosi e già entrati a contatto con il circuito penale.

Come sostenuto da Mantovani:

“Un sistema penale così concepito doveva esercitare anche un’azione di prevenzione, generale e speciale, in quanto gli individui, messi di fronte a leggi giuste e chiare, essendo in grado di scegliere liberamente, più difficilmente avrebbero compiuto azioni criminose, il colpire il reo nei suoi diritti tanto quanto il delitto da lui commesso ha colpito i diritti altrui è necessario e sufficiente per trattenere i consociati dal delinquere”.

La Scuola Classica continuava ad ignorare i fattori ambientali e sociali che potessero influenzare il comportamento umano nella scelta di uno schema di azione deviante, ritenendo il carcere l’unico mezzo di punizione possibile.

L’isolamento dell’internato rientrava nella dura disciplina dell’intento punitivo non includendo, durante il periodo di detenzione, elementi di trattamento del singolo al fine di un suo recupero.

Tali presupposti avevano finito per creare effetti opposti alla logica del recupero, necessitando di introdurre nel diritto penitenziario e costituzione misure più umanizzanti e socializzanti.

A fornire una nuova visione al diritto penitenziario e costituzione ci ha pensato la Scuola Positiva, la quale non riteneva più il reato come fatto individuale isolato, bensì come comportamento inserito in un contesto sociale e da questo condizionato.

 

Diritto penitenziario e costituzione con la Scuola Positiva

All’interno di questo orientamento, il diritto penale comincia a sposarsi con contributi proposti dalle scienze sociali e dalla psicologia. L’atto criminale commesso non è più centrale, lasciando il posto alla figura del reo, del colpevole, il quale acquisisce importanza primaria.

Rivolti a lui i nuovi studi di tale orientamento di pensiero riferiti allo sviluppo della sua personalità e come essa influisce sul fatto commesso, introducendo misure di riabilitazione in un’ottica di prevenzione della recidiva.

È dalla metà del Novecento, dunque, che si comincia a percepire la necessità di coniugare le attività di coercizione con quelle di rieducazione della persona, la detenzione deve integrarsi con una prospettiva di risocializzazione.

Si vanno via via ideando diverse forme più articolate di concepire la limitazione della libertà personale con risposte sanzionatorie diversificate.

Il carcere diventa un luogo di cura, trattamento, rieducazione e risocializzazione. Le istituzioni segregative si aprono ai professionisti della medicina, psichiatria, psicologia, pedagogia, del servizio sociale e criminologia, per dare sostegno al recupero del condannato.

La funzione della pena non veniva più concepita solo in chiave vendicativa, intimidativa e retributiva ma, accanto alla funzione penale a cui il sistema penitenziario doveva assolvere, veniva aggiunta una funzione sociale, in cui il reinserimento del condannato in società e la sua reintegrazione in essa si poneva quale fine primario.

La reclusione non resta più l’unica soluzione possibile, ma all’interno del diritto penitenziario e costituzione cominciano ad essere concepite forme di punizione esterne al circuito penale.

È negli anni Quaranta del Novecento che la pena assume ufficialmente il proprio significato di offerta di mezzi e opportunità a carico del reo, al fine di rieducarsi ad una vita socialmente integrata, così come indicato all’interno dell’assunto dell’art. 27 Cost., che recita al secondo comma:

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Proponendosi di ridurre il crimine correggendo il comportamento del reo, il modello riabilitativo si sviluppava di pari passo alla diffusione dei mezzi e degli strumenti propri del Welfare State, modello di intervento statale riferito al periodo degli anni Sessanta del Novecento in Italia, il quale permise l’introduzione nel diritto penitenziario e costituzione, di misure alternative alla detenzione.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA e note

[1] Gli strumenti utilizzati includono l’obbligo a prendere parte a pratiche religiose, l’imposizione di una disciplina rigorosa all’interno del sistema penitenziario, l’applicazione di regolamenti afflittivi, l’isolamento dall’ambiente esterno e dallo stesso ambiente carcerario tramite detenzione in celle buie per periodi prolungati, l’obbligo del silenzio, l’imposizione di indossare divise umilianti, la scelta di una alimentazione povera e altre misure depersonalizzanti ed altamente stigmatizzanti.

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Ponti G. (2008), Compendio di criminologia, Raffaele Cortina Editore

Mantovani F. (1992), Diritto penale parte generale, Padova, Cedam

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