Omicidi seriali: Ted Bundy e fattori di analisi

Omicidi seriali: Ted Bundy e fattori di analisi

Per prendere in esame le modalità esecutive e i moventi alla base degli omicidi seriali è possibile prendere in causa un esempio pratico, famoso e conosciuto, per raccontare alcuni aspetti comuni di analisi relativi agli omicidi di massa.

Non si vuole in questa sede, e non si può, essere esaustivi nella trattazione di moventi e cause degli omicidi seriali: la criminogenesi e la criminodinamica degli omicidi seriali devono essere studiate approfonditamente caso per caso.

L’analisi che voglio presentare in questo articolo si basa su solo alcune osservazioni relative caratteri comuni ad alcuni killer psicologici seriali: tratti di narcisismo, antisocialità, emozioni di odio, invidia, che portano all’uccisione.

Ted Bundy: analisi degli omicidi seriali di un killer

Nel ripresentare il caso del famigerato Ted Bundy, ricordiamo le modalità esecutive dei delitti in cui, tra il 1974 e il 1978 Ted Bundy uccise almeno 30 donne.

Le vittime di Bundy venivano scelte tra giovani e belle donne che lui uccideva, distruggeva, come fosse un modo per possederle, perché attratto da esse.

Se io uccido ciò che non posso avere, si capisce bene cosa muove, nel caso in esame, il killer, ad uccidere donne simili tra loro, con tratti comuni e particolarmente attraenti per lui che distrugge.

Gli omicidi seriali di Ted Bundy possono avere come filo conduttore, da una analisi comportamentale criminologica, la patologia narcisistica dell’esecutore, confermata dalla personalità di Bundy, come testimoniano alcuni documentari relativi le sue confessioni dal carcere.

Il disturbo narcisistico di personalità racconta che il narcisista presenta il timore costante che gli altri possano notare le sue fragilità e, per questo, può essere assalito da una grande vergogna, anche e soprattutto in contesti intimi e relazionali, aggiungo in qualità di autrice.

I sentimenti di fragilità e insicurezza personale percepiti e propri del narcisista vengono nascosti da meccanismi quali l’idealizzazione di sé.

Nell’esecuzione dei suoi omicidi seriali, Ted Bundy mostra il rammarico e il risentimento verso ciò che non può avere, mostra i desideri che lo rendono frustrato poiché irraggiungibili.

Il sentimento di invidia nei confronti dell’oggetto desiderato che non si può raggiungere può provocare dolore, distacco, nervosismo, ansia, portare ad aggressività, in un soggetto già psicologicamente alterato o malato.

Negli omicidi seriali perpetrati da Ted Bundy, le donne oggetto di desiderio vengono spiate da lontano, seguite, scelte accuratamente, come un invidioso scruta l’oggetto che, non potendo avere, comincia ad odiare fino a volerlo distruggere.

L’invidia porta all’aggressività e all’acting out quando essa diventa un fardello troppo grande da portare, sfocia in disagio per la persona, sentimenti continuativi di inferiorità che mal si conciliano, ad esempio, con una personalità narcisistica, in cui obiettivo della persona è ostentare la propria forza e mostrare la propria superiorità.

L’invidia negli omicidi seriali esiste altresì nelle fiabe e nella letteratura.

È Dante Alighieri a condannare al suo Inferno, nel canto dodicesimo, i violenti contro il prossimo, destinandoli al primo girone del settimo cerchio dell’Inferno.

Altresì colloca nel Purgatorio, nel tredicesimo Canto, gli invidiosi, rappresentati con le palpebre cucite con il fil di ferro, definendo l’invidia come un’esplosione di cattivi sentimenti, una fame che ti consuma l’anima.

Invidia può dunque essere presupposto psicologico ed emotivo per commettere omicidi seriali, come nel caso citato.

Nelle favole, è la strega di Biancaneve che, spinta da una motivazione narcisistica, e qui richiamo all’attenzione nuovamente gli omicidi seriali di Bundy, vuole distruggere l’oggetto e il soggetto della sua invidia: la bellezza della principessa, che non potrà mai avere.

Gli omicidi seriali di Ted Bundy possono essere ricondotti alle tipologie di omicidio passionale, causando nel soggetto fonti di infelicità, risentimento, odio, aggressività fisica violenza fino alla distruzione e dunque l’assassinio.

Narcisismo, invidia, controllo negli omicidi seriali

I trattati di psicopatologia e psichiatria forense si rifanno al concetto di invidia primitiva per raccontare come può nascere una volontà omicida, per eseguire omicidi seriali.

Come detto, non solo il soggetto narcisista è predisposto, nell’insieme di altre variabili di rischio, ad eseguire atti violenti sugli altri, bensì, sentimenti di invidia possono essere presenti anche in soggetti antisociali.

Il soggetto antisociale, infatti, prova invidia definita di tipo primitivo, nei confronti di ciò che a loro manca di più, emozioni e sentimenti positivi di amore, affetto, che dunque viene disprezzato con l’intento di distruggerlo, proprio perché assente esso viene invidiato e desiderato.

Bambini che non sono stati amati e accuditi hanno più probabilità di altri di incorrere in patologie antisociali e di invidiare per tutta la vita la serenità emotiva e gli affetti degli altri, anche portando a comportamenti devianti e omicidi seriali.

Ted Bundy, come altri omicidi seriali, cerca di mantenere un controllo psicologico sulla propria vittima.

Atti di sadismo, vendetta punitiva dettata da sentimenti di rabbia, vengono messi in atto dagli omicidi seriali per controllare le proprie vittime, anche per lunghi tempi prima di ucciderle, per poter così mantenere e dimostrare, finalmente, un controllo su di esse, ovviamente potendo anche scatenare e sfogare la propria rabbia repressa.

È una sorta di punizione quella perpetrata dal killer seriale verso le proprie vittime, oggetto di invidia dal non potere essere godute, vissute, possedute.

È sempre importante sottolineare che nell’omicidio plurimo, come nei casi di:

  • Mass murder;
  • Spree murder;
  • Serial killer.

Vi possono essere differenti motivazioni specifiche e moventi, che risiedono molto spesso nella psiche soggettiva dell’individuo che mette in atto la violenza.

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Articolo di Martina Petrucciani

Omicidio passionale: 2 tipologie

Omicidio passionale: 2 tipologie

Se parliamo di omicidio passionale richiamiamo alla mente tanti casi di cronaca che i mass media ci riportano con frequenza nei telegiornali; spesso, dietro ad un caso irrisolto di sparizioni, si nasconde una macabra storia di omicidio passionale.

Omicidio passionale: definizione

Come da definizione, l’omicidio passionale è un atto effettuato da un partner sull’altro, in seguito o in risposta a eventi come tradimenti, abbandoni, rifiuti, separazioni.

Per la psicologia, ciò che muove in direzione di un tale efferato atto, può essere un istinto primitivo di distruzione insito in un soggetto che prova, verso un altro, sentimenti distruttivi come odio, risentimento, rancore.

Dai sentimenti di rabbia intensi, infatti, può sorgere il desiderio di agire, di fare qualcosa, di passare all’azione attraverso atti di aggressività psicologica, fisica, che possono sfociare nel cosiddetto omicidio passionale.

Analisi dell’ omicidio passionale

Chi si macchia di un reato come l’omicidio passionale può provare un sentimento di invidia in seguito ad una perdita.

La perdita della persona cara, in seguito al suo rifiuto di stare ancora insieme, la perdita dello status di padre o marito o compagno, fa vacillare i sentimenti di dignità personale, orgoglio, sicurezza, trasformandosi in emozioni di invidia:

Distruggo ciò che desidero ma non posso avere”.

Chi commette un omicidio passionale vuole assicurarsi che la propria vittima, l’amore perduto, non appartenga a nessun altro né ami qualcun altro da sé stesso.

Omicidio passionale e De Greef

Etienne De Greef, famoso criminologo belga fondatore dei due concetti cardine dell’analisi criminologica, la criminogenesi e criminodinamica, elabora il concetto di pericolosità del reo, da intendere come momento di crisi della personalità, un equilibrio instabile che precede il passaggio all’atto, cioè il momento in cui l’autore passa alla fase esecutiva.

De Greef individua due fasi che possono susseguirsi nell’omicidio passionale:

  1. Il tentato suicidio; la persona abbandonata prova sentimenti di colpa, umiliazione, si sente depressa fino al punto di minacciare di farla finita, si isola, non ha più interessi, mette in pericolo la propria vita in differenti modi, minaccia di procurarsi del dolore o farsi del male;
  2. L’omicidio; il soggetto che si trova in uno stato psicologico di depressione e minaccia il suicidio può, in certi casi, arrivare all’atto di omicidio passionale, anche avvicinando la propria vittima per un’ultima spiegazione.

Elementi facilitanti un omicidio passionale

L’omicidio passionale è favoreggiato da determinate variabili, quali:

  1. In caso di scoperta di tradimento in flagrante, il soggetto può essere colto da una folle rabbia narcisistica incontrollata, provare sentimenti di vendetta e umiliazioni tali da commettere l’omicidio passionale, anche in assenza di precedenti penali;
  2. Nei casi di abbandono anche dopo molto tempo, quando il soggetto ha perde il controllo della situazione amorosa e, anche per periodi prolungati, mette in atto atti di stalking o persecutori nei confronti dell’ ex partner, fino a sfociare in omicidio passionale ritardato;
  3. Comportamenti violenti ripetuti, minacce, violenza psicologica, incapacità del soggetto di porre fine al dolore post abbandono e i sentimenti di gelosia verso la nuova vita dell’ex partner, sono campanelli d’allarme verso un ritardato possibile atto di omicidio passionale.

Tipologie di omicidio passionale

Omicidio passionale predatorio

Il killer o assassino predatorio è una persona che generalmente ha precedenti penali, storie di abusi di droghe o alcol; un esempio è il caso di un furto in appartamento che sfocia in aggressione sessuale ai danni di una vittima casualmente presente nel momento del furto. Il predatore, se rifiutato, può commettere un atto di omicidio passionale.

Omicidio passionale erotomane

Il killer o assassino erotomane si convince di avere una relazione con una partner solo per il fatto di avere scambiato qualche chiacchiera insieme, si costruisce una storia ossessiva in cui continua, non ricambiato, a corteggiare l’altro compulsivamente. Il rifiuto, può portare ad atti di omicidio passionale.

Tanto altro si potrebbe aggiungere in merito alle analisi differenziali per meglio comprendere come un atto di omicidio passionale può verificarsi, in assenza o in presenza di patologie psichiatriche.

Attenzione al comportamento violento

I comportamenti violenti non sempre sono pericolosi né sempre vanno ricondotti a possibili comportamenti contro legge o contro la persona.

Tante sono le variabili da analizzare quando si osserva un comportamento a rischio: patologie preesistenti, presenza di stress familiari, conflitti, sentimenti negativi prolungati, violenze pregresse, minacce, dipendenze, assenza di contatti sociali e stimoli positivi, per citarne alcune.

Il comportamento violento è determinato da differenti fattori che possiamo semplificare così:

  • Fattori biologici e malattie schizofreniche o psicotiche;
  • Fattori sociali come l’appartenenza ad una subcultura criminale;
  • Fattori economici e motivazionali, il movente non può mai essere sottovalutato;
  • Comportamenti fisici, psicologici, predatori, verbali su persone, cose, animali, proprietà;
  • Gravità della violenza, dalle lesioni all’omicidio o suicidio.

Per la criminologia è un dovere sottolineare la non correlazione tra il comportamento violento e la malattia mentale.
Non vi è sicurezza di correlazione tra un disturbo mentale e un comportamento violento in generis.

Vi è unità tra gli studiosi, oramai, che l’affermazione per cui “i malati di mente sono pericolosi” è una sbagliata generalizzazione; vi sono, infatti, soggetti e categorie di persone più pericolose dei malati di mente e non sempre chi agisce atti violenti, mostra patologie psicologiche.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Nivoli G. & al. (2019), Psichiatria Forense, Piccin.

Violenze sessuali nelle carceri

Violenze sessuali nelle carceri

Le violenze sessuali nelle carceri rappresentano un problema che ha radici storiche ed implicazioni e conseguenze fondamentali sulla vita dei detenuti.

Elementi facilitanti le violenze sessuali nelle carceri

La detenzione è sinonimo di perdita: perdita del proprio status, della propria identità, delle proprie routine di vita familiare, con perdita di regole personali, rispetto di spazi e tempi privati.

Importanti studi di criminologia sottolineano le più comuni conseguenze che la vita in istituto delinea e rafforza, rappresentando terreno fertile per le condotte successive di violenze sessuali nelle carceri:

  • La capacità di prendere decisioni subisce un forte declino, così come le principali funzioni esecutive di attenzione, concentrazione, capacità di calcolo (da uno studio di Cooke, Baldwin, Howison del 1990);
  • La percezione della realtà muta, si rielaborano gli eventi che hanno condotto al carcere vivendo la così detta “sindrome di innocenza”, ridisegnando un proprio modo in intendere la giustizia, avvicinando i detenuti a principi morali contrari a quelli della società, quella stessa società che così duramente li sta punendo per un fatto certamente commesso, ma la quale non dimostra redenzione né un modello di rieducazione e di esempio di vita differente;
  • Si innescano meccanismi difensivi come la “minimizzazione”, la “razionalizzazione” e la “proiezione” (da studi di Ferracuti et al. del 1994), che si instaurano con l’obiettivo di permettere la sopravvivenza del detenuto al contesto.

Problemi tradizionali affiancano violenze sessuali nelle carceri, come:

  1. Sovraffollamento e mancanza di fondi;
  2. La privazione delle libertà personali e promiscuità che si è costretti ad avere con gli altri;
  3. l’incertezza sul proprio futuro;
  4. L’allontanamento dai propri affetti.

Questo vale anche sotto l’aspetto delle abitudini sessuali.

Le forme di violenze sessuali nelle carceri

Per l’assenza dell’altro sesso e privazione sessuale, ne derivano tensioni, inquietudine, frustrazioni, deviazioni, perversioni, tendenze ed esposizione alla violenza.

La condizione di isolamento, la deprivazione, l’alienazione che vive il detenuto, conduce a una ristrutturazione della vita sessuale e a un adattamento psicologico molto importante e spesso sottovalutato.

Secondo Barth (2012) diverse ricerche scientifiche si sono focalizzate sulla descrizione dell’alta prevalenza di rapporti non consensuali, individuando diverse forme di violenze sessuali nelle carceri.

Le forme e le riflessioni che possiamo fare sulle violenze sessuali nelle carceri allora sono:

  1. La sessualità diventa un’ossessione. Ad esempio il soggiorno nella propria cella di un soggetto che ha bisogno di denaro per potersi procurare droghe o un pacchetto di sigarette o altri oggetti personali cui è abituato e che gli vengono negati in carcere, per averli è disposto a prostituirsi;
  2. L’arrivo in carcere di un nuovo detenuto che si sia macchiato di un crimine contro i bambini. In questo caso le leggi non scritte della prigione prevedono infatti la sodomizzazione del reo. Il codice della subcultura carceraria condanna, senza alcuna giustificazione, la violenza sessuale commessa nei confronti dei bambini. E ritenuto un delitto abominevole, meritevole delle legittima vendetta;
  3. I rapporti tra donne sono meno appariscenti di quelli messi in atto dagli uomini, sono meno violenti e soprattutto tesi a formare delle relazioni pseudofamiliari, che non creano motivi di disordine.

Per gli uomini, il sollievo viene dapprima cercato nell’autoerotismo, via via sempre più stimolato dalla visione di materiale pornografico, che in carcere è assai diffuso, fino a rapporti omosessuali, anche ottenuti con la violenza.

La vita carceraria è caratterizzata da alta promiscuità, annientamento dello spazio privato, la privacy viene violata ed i freni inibitori piano piano si indeboliscono, crollano i principi morali, lasciando spazio all’istinto incontrollato, fino a giungere alle forme più basse di degradazione.

Conseguenze delle violenze sessuali nelle carceri

Il carcere demolisce, anno dopo anno, quella che si potrebbe definire l’identità sociale del detenuto. Tutti sono concordi nel riconoscere che l’attività sessuale nell’uomo rappresenta un ciclo organico che non è possibile interrompere senza determinare nel soggetto, in ogni caso, dei traumi sia fisici che psichici.

In carcere il tempo si dilata, gli spazi si restringono. Prevarica la solitudine, l’emarginazione.

Il perpetrarsi di forme di violenze sessuali nelle carceri possono condurre a fragilità, rinfocolare traumi, esaltare sensi di autocolpevolizzazione, perdere completamente la stima di sé, il controllo, l’autodeterminazione.

Il passaggio all’atto suicidarlo ha riguardato soggetti in carcere per delitti sessuali, specie verso i minori (a causa dei maltrattamenti subiti da parte degli altri detenuti), oppure i più giovani ed i più fragili, oltre che coloro che sono stati condannati ad una pena superiore ai dieci anni.

Sex offenders e violenze sessuali nelle carceri

Dedicare uno spazio di riflessione alle violenze riservate alla popolazione rea dei sex offenders significa riflettere sulla loro delicata posizione in istituto totale.

Chi ha perpetrato reati sessuali, stupratori, autori di reati sessuali diversi tra cui pedofili, ottengono in carcere un’attenzione particolare.

Citando Alessio Scandurra, coordinatore dell’osservatorio Antigone, l’associazione che da anni monitora quel che avviene negli istituti penitenziari d’Italia, egli commenta:

«Per chi commette reati di carattere sessuale sono previste sezioni dedicate speciali, in modo da tenere lontani questi soggetti dagli altri detenuti che potrebbero aggredirli in maniera anche grave»

C’è una sorta di “codice d’onore”, tra i carcerati: non tutti i crimini sono uguali e chi tocca un bambino la paga cara.

La mensa? Niente, ricevono i pasti direttamente in cella. Per loro sono banditi i laboratori, quelli nei quali i detenuti imparano un mestiere o proseguono quello che magari facevano “fuori”. Devono dunque scordarsi le varie attività, lavorative e anche sportive o ludiche. L’ora d’aria è garantita soltanto grazie a un proprio passeggio che accede al cortile, e con un turno rigorosamente staccato dal resto della struttura.

Diversi sono, da una libera ricerca online, i fatti e le violenze sessuali nelle carceri, in corso di indagine.

Dal carcere della Dogaia, nel 2017, 30 violenze sessuali si sarebbero consumate in un solo mese, ossia una al giorno tra due detenuti compagni di cella nel settimo braccio del carcere, quello dove vengono rinchiusi i detenuti per violenze sessuali.

Diverse, e sotto indagine, sono le denunce di detenuti in cerca di aiuto per vittimizzazione violenta.

È importante che gli addetti ai lavori, gli esperti di detenzione dura, di processi di vittimizzazione e prevenzione di nuovi comportamenti a rischio, si curino del bisogno di vita del detenuto, finanche al suo diritto di vivere i sentimenti, coltivare l’amore con la propria famiglia. Una soluzione per occupare i tempi liberi dei detenuti è sempre disporre un programma di lavoro che possa renderli orgogliosi, dargli dignità, farli sentire utili.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Boccadoro, L., Carulli, S. (2008). Il posto dell’amore negato. Sessualità e psicopatologie segrete. Tecnoprint, Ancona.

Giuliana Proietti Ancona, www.ristretti.it

Sindrome di alienazione parentale

Sindrome di alienazione parentale

La Parental Alienation Syndrom (PAS), o sindrome di alienazione parentale, viene accolta in Italia nel 1998 e non applicabile nei casi di reali abusi, maltrattamenti o comportamenti omissivi del genitore alienato. Essa si configura come: “un disturbo psicopatologico dell’età evolutiva, di età compresa tra i 7 e i 14/15 anni”; insorge nel minore nell’ambito delle controversie dei casi di separazione e divorzio.

Affrontare la separazione dal proprio partner può essere un processo molto lungo e doloroso, tanto più se contornato da conflitti continui e figli che assistono a tali situazioni.

I casi di separazione infatti, scatenano nei figli un vuoto affettivo dovuto all’effettiva assenza fisica del genitore non affidatario, questo fa emergere nel minore angosce di abbandono e un forte senso di colpa in quanto, a volte, crede di rappresentare la causa della rottura coniugale.

Questi sentimenti possono essere marginati se i genitori lavorano insieme in modo efficace al fine di rassicurare il bambino e fornirgli l’accudimento affettivo di cui ha bisogno. Tuttavia, nelle situazioni conflittuali, il bambino può sviluppare un forte attaccamento disadattivo nei confronti del genitore alienante in quanto, per paura di essere abbandonato anche da lui, si trova a colludere con le dinamiche conflittuali e supporta l’idea che il genitore alienante sia l’unico genitore buono di cui ci si può fidare.

Questa debolezza rende il bambino più vulnerabile all’indottrinamento da parte del genitore a cui si lega; nonostante ciò il minore non può essere considerato solo come una vittima, ma bisogna riconoscere il suo ruolo attivo di co-autore soprattutto dopo aver trascorso molto tempo con il genitore alienante e aver sviluppato la capacità di analizzare in modo critico la situazione.

Generalmente, il processo di alienazione, riguarda per lo più figli unici le cui uniche figure di riferimento sono i genitori. Importante è sottolineare la suggestionabilità dei bambini che si sviluppa nell’arco di tempo che va dai due fino ai sette, otto anni, fino a rimanere costante nell’adolescenza, quando le critiche verso il genitore escluso sono il frutto principale della propria menzogna intenzionale.

 

Sindrome di alienazione parentale: come riconoscerla?

La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione rivolta contro un genitore, senza giustificato motivo. È il risultato della programmazione effettuata dal genitore indottrinante e del contributo personale offerto dal bambino alla denigrazione del genitore bersaglio” (Gardner, 1985). Il bambino si affilia al genitore che lo indottrina per renderlo parte del suo piano di diffamazione del genitore-target. Quest’ultimo viene definito genitore alienato, vittima del cosiddetto genitore alienante e del contributo del figlio.

 

Sindrome di alienazione parentale: quali sono i sintomi che caratterizzano questa sindrome?

Gardner ha stilato una serie di sintomi, manifestabili contemporaneamente o in parte nel bambino, con lo scopo di rafforzare il legame patologico con il genitore alienante, essi comprendono:

1) Campagna di denigrazione (il bambino è invogliato a partecipare alla campagna del genitore alienante poiché quest’ultimo non infligge nessuna punizione o rimprovero, e il bambino è libero di manifestare sentimenti negativi e poco rispettosi verso il genitore alienante);

2) Razionalizzazioni deboli, superficiali, assurde (le scusanti che giustificano il disprezzo nei confronti del genitore alienato hanno scarsa rilevanza);

3) Mancanza di ambivalenza (il genitore alienante viene percepito dal bambino come “oggetto completamente buono”, privo di difetti o di qualsiasi caratteristica negativa);

4) Fenomeno del pensatore indipendente (nel caso in cui il genitore alienante venga accusato di denigrare l’altro egli nega la sua partecipazione e il figlio supporta e difende questa tesi affermando l’originalità delle sue riflessioni e pensieri);

5) Appoggio automatico al genitore alienante (il bambino non riflette sulle azioni o riflessioni compiute dal genitore alienante, anzi le accetta acriticamente mettendo in atto il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore che conferisce al genitore un ruolo di potere, mentre il genitore alienato viene marginalizzato);

6) Assenza di senso di colpa (il bambino non prova alcuna empatia o senso di colpa per le diffamazioni nei confronti del genitore alienato);

7) Scenari presi in prestito (il bambino utilizza un linguaggio tipicamente adultizzato e descrive il genitore alienato attraverso parole fuori dal vocabolario usuale per quell’età);

8) Estensione dell’ostilità (famiglia allargata e amici vengono coinvolti nella campagna denigratoria).

Importante è sottolineare che se il programma di denigrazione del genitore alienante viene meno, anche la sindrome di alienazione parentale nel bambino recede e scompare. Il superamento della sindrome, tuttavia, non significa che essa non lasci risvolti negativi e tendenzialmente patologici nelle future relazioni del minore.

La profonda sofferenza e il disagio di questi minori implicano la necessità di protezione e tutela che l’apparato giudiziario e istituzionale devono necessariamente mettere in atto, in quanto i genitori, non solo non riescono a vedere e contenere il bambino, ma sono essi stessi la fonte del suo disagio.

 

Sindrome di alienazione parentale: Cosa fare?

La buona riuscita degli interventi sulla sindrome di alienazione parentale devono essere caratterizzati da una collaborazione congiunta degli operatori sia della salute mentale (psicologi, neuropsichiatri infantili, pedagogisti) che di giustizia (avvocati, consulenti). Riconoscere tale sindrome e adoperare un approccio integrato tra disposizioni del tribunale ed interventi psicoterapeutici permette di risolvere del tutto tale problematica e tutela il minore da possibili difficoltà riscontrabili nel processo di crescita emotivo e relazionale.

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Articolo di Martina Russo

Il suicidio di Durkheim: 3 tipologie

Il suicidio di Durkheim: 3 tipologie

Per raccontare la visione de il suicidio di Durkheim è importante partire dai concetti centrali per l’autore.

Emile Durkheim, studioso del suicidio, importantissimo teorico della sociologia francesce, filosofo e storico delle religioni, opera a metà del secolo Ottocento.

La devianza come sociologia

La sociologia, in generale, si pone in modo imparziale nei confronti della devianza: non bisogna trattare la devianza come anormalità!

La devianza è un comportamento che si discosta dalle norme di un gruppo, e a causa del quale l’individuo che lo compie può venire isolato, o sottoposto a trattamento curativo, correttivo, punitivo.

La devianza indica ogni atto o comportamento (anche se solo verbale) di una persona o di un gruppo, che viola le norme di una collettività e che di conseguenza va incontro a qualche forma di sanzione.

La devianza non è definita come la proprietà di certi atti o comportamenti, ma una qualità che deriva dalle risposte, dalle definizioni e dai significati attribuiti a questi dai membri di una collettività (o dalla grande maggioranza di questi).

Questa idea è stata espressa bene da Durkheim, sosteneva, infatti, nel 1893:

non bisogna dire che un atto urta la coscienza comune perché è criminale, ma che è criminale perché urta la coscienza comune. Non lo biasimiamo perché è un reato, ma è un reato perché lo biasimiamo“.

Il suicidio di Durkehim passa attraverso la sua definizione di crimine: è un fatto sociale la cui spiegazione appartiene alla dimensione sociale e risiede fuori dalle coscienze degli individui.

Si distacca dalle teorie finora citate dell’uomo razionale che determina il proprio comportamento consapevolmente e dalle teorie psicologiche legate ai comportamenti individuali, e alla sua psiche, ai suoi disturbi e alle dimensioni della personalità malata.

Durkheim pone le radici del comportamento criminale all’interno della società come influenza sulle situazioni criminali, sottolineando l’importante e centrale concetto che ciò che rappresenta crimine e devianza può essere differente da società a società.

Partendo dalla concezione generale di norma, essa, in qualsiasi società, viene rispettata perché:

  • Siamo stati socializzati al loro rispetto e le abbiamo interiorizzate;
  • Sono rafforzate da sanzioni, ovvero:
    • Positive: ricompensano chi rispetta la norma;
    • Negative: puniscono chi non rispetta la norma;
    • Formali: se applicate da specifiche autorità a ciò preposte (es. polizia, tribunali);
    • Informali: reazioni più spontanee e meno organizzate.

Durkheim parla di anomia, questo concetto è centrale: assenza di norme, caduta di norme e di valori tradizionali che non viene in società sostituita da altri punti di riferimento. Parla dunque di una sorta di anarchia di leggi in cui la devianza è inevitabile, necessaria, fisiologica.

La devianza è necessaria e fisiologica, dunque ha aspetti positivi poiché rafforza la solidarietà e sentimenti condivisi dal gruppo.

Durkheim sostiene che la devianza sia un fatto sociale necessario, funzione di adattamento, una forza innovatrice che cambia, cambia il modo di fare la legge e la rinnova: il crimine, infatti, porta ad una innovazione e un aggiornamento delle leggi scritte, come fatto positivo.

Sollecita una risposta da parte della società, portando ad un aumento della solidarietà tra concittadini. Definisce i confini sociali.

Il mondo moderno lascia più spazio alle libere scelte individuali, vi è meno conformismo e più individualismo e più predisposizione al crimine come comportamento anticonformista.

2 forme di solidarietà

Durkheim parla di solidarietà all’interno di una società e cita il passaggio da una solidarietà definita meccanica ad una definita organica, un passaggio che naturalmente conduce all’anomia.

Da una società meccanica, contadina, redistributiva, tradizionale, collettiva, semplice, fatta di leggi non scritte ma consuetudinarie, si passa ad una solidarietà urbana, figlia dell’industrializzazione e di valori quali razionalità, scienza e individuo posti al centro.

Le norme interiorizzate, in questo passaggio, mancano o restano incerte, lasciando l’individuo insicuro.

Questa teoria è assolutamente attuale nel contesto in cui ci troviamo: questo passaggio solidale, ad esempio, si può verificare in occasione dei grandi flussi migratori, soprattutto in determinate aree geografiche in cui i flussi partono dai paesi più poveri con destinazione quelli più ricchi.

Questo passaggio di valori, di cultura, di cambiamento, vi è un naturale aumento dell’anomia e di criminalità per adattamento.
In questo passaggio, frastornato dall’innovazione, dagli stimoli, dalle differenti mete da raggiungere con i pochi mezzi a disposizione, in questo stato si trova l’anomia e così il crimine.

Il suicidio di Durkheim: 3 tipologie

È comunque chiaro che ogni rottura dell’equilibrio sociale genera un forte impatto sugli individui, questo il presupposto de il suicidio di Durkheim.

Lo studio sociologico, avente l’obiettivo di analizzare le dinamiche e i fatti sociali che concorrono a determinare l’atto suicida, pone le basi per una più ampia osservazione del rapporto che intercorre fra i processi individuali di matrice psicologica e i numerosi fattori presenti in ogni contesto sociale.

Il processo di osservazione sociale in via di sviluppo fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900 trova come suo coronamento l’opera di Emile Durkheim Il Suicidio.

Fattori quali l’incertezza diffusa, l’instabilità economica, il risentimento sociale, le diseguaglianze acquistano rilevanza nelle nostre società ed emergono come determinanti nel compimento di tali fenomeni.

Il suicidio di Durkheim altro non è che una forma di espressione che l’individuo detiene per esprimere la sua reazione allo sviluppo e ai cambiamenti delle nostre società.

Si chiama suicidio ogni morte che risulti mediatamente o immediatamente da un atto positivo o negativo compiuto dalla vittima stessa“.

Vi sono molteplicità di ragioni circa le cause che sono alla base dell’atto suicida teorizzato ne il suicidio di Durkheim, che fanno riferimento sia all’individuo nella sua sfera emotiva socialmente determinata sia alle condizioni sociali in cui egli vive.

“Le cause di morte sono situate fuori di noi, molto più che in noi e ci colpiscono soltanto se ci avventuriamo nella loro sfera di azione” (Durkheim, il Suicidio, Introduzione all’opera).

Il Suicidio di Durkheim è suddiviso in tipologie. Viene elaborata una classificazione dei suicidi secondo tre modalità sociali, da cui derivano il suicidio egoistico, altruisticoanomico.

  • Il suicidio egoistico

Questa tipologia di suicidio prevede che la persona perda i propri riferimenti del gruppo di appartenenza. In un gruppo si scambiano emozioni, pensieri e idee e si può ottenere supporto morale quando necessario. Ciò consente all’individuo di acquisire forza per la vita e di non doversi preoccupare così tanto se non si raggiungono tutti gli obiettivi individuali. L’integrazione troppo bassa nelle comunità sociali fa sì che le persone perdano il loro sé sociale e la vitalità dell’esistenza.

  • Il suicidio altruistico

Questa tipologia di suicidio porta la persona a credere, con sentimenti di speranza e forte convinzione, che vi sia qualcosa di meglio oltre. È più positivamente accettato e compreso dalla società.

  • Il suicidio anomico

La tendenza dell’uomo a raggiungere sempre nuovi risultati e a migliorare e a crescere economicamente la propria situazione, di sforzarsi sempre per il nuovo, perde interesse in esso non appena viene raggiunto, per concentrarsi su nuovi progressi. Questa esistenza è inquieta e conduce a un vuoto interno. Chi commette questo tipo di suicidio non basta a se stesso e non è integrato socialmente.

 

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Bagnasco, Barbagli, Cavalli, Corso di sociologia, Il Mulino, 2007 Capitolo VIII. Devianza e criminalità.
Èmile Durkheim, il Suicidio, Introduzione all’opera.

Patologia narcisistica

Patologia narcisistica

Nel corso del precedente articolo abbiamo parlato di violenza in famiglia e disturbi psichici, andremo oggi a parlare invece della patologia narcisistica.

 

La patologia narcisistica: definizione

La patologia narcisistica è un pattern caratterizzato da grandiosità, bisogno di ammirazione e mancanza di empatia.

Il soggetto affetto da questo disturbo manifesta un senso profondo di egoismo di cui spesso non è consapevole, spesso ha difficoltà nel coltivare e mantenere le relazioni perché tende a mettere al primo posto i suoi bisogni, ignorando o trascurando l’altro.

Il soggetto affetto da patologia narcisistica necessita di persone accanto a lui che ne elogino le qualità e le doti eccezionali. In questo modo il soggetto alimenta la sua autostima, altrimenti svalutata. Come vediamo l’altro per il narcisista è di fondamentale importanza perché è proprio nella relazione e nel confronto che lui riesce a sentirsi e ad emergere. Quando l’altro fa notare delle mancanze al soggetto narcisistico, quest’ultimo tende ad allontanarsi o a contrattaccare perché reputa intollerabili giudizi negativi sulla sua persona.

Il quadro del disturbo narcisistico è molto complesso. Vediamo ora le due forme più comuni di questo disturbo:

Narcisista Overt

Grandioso, invidioso e manipolatore. Il narcisista overt è insensibile ai bisogni altrui, svaluta chi prova a minacciare la sua autostima e si mostra molto socievole con alti livelli di esibizionismo. Polemico ed esigente, il narcisista overt maschera così una fragilità emotiva e psichica che mai si darebbe il permesso di nominare e/o riconoscersi.

Narcisista Covert

È una tipologia di narcisista “mascherato”. Apparentemente modesto e inibito, ipervigilante e vulnerabile, ma in realtà nutre grandi aspettative per se stesso e per gli altri. L’empatia è solo apparente e i sintomi del narcisista, come più generalmente conosciuti, sono camuffati da timidezza e sintomi depressivi. Sensibile ai giudizi e alle critiche il narcisista covert, come quello overt, sente l’esigenza di manifestare la propria grandiosità seppur in maniera diversa.

Narcisisti si nasce o si diventa?

Si diventa. Alcuni modelli di narcisisti si allineano con uno stile di attaccamento insicuro evitante sviluppato con le proprie figure genitoriali. Una relazione in cui il bambino ha imparato a fare affidamento solo su se stesso sviluppando la tendenza ad ignorare o non preoccuparsi dei bisogni degli altro. Un attaccamento privo di “alfabetizzazione emotiva”, di riconoscimenti e affetto che non ha contribuito allo sviluppo della mentalizzazione (capacità della mente di attribuire stati mentali, emozioni, desideri e conoscenze a se stessi e agli altri) e che concorre, in età adulta, a ricercare l’approvazione degli altri e l’ammirazione verso la propria persona.

Quali possono essere le soluzioni possibili?

Se ti riconosci in una delle tipologie di narcisismo descritte sopra o in tratti che caratterizzano questo disturbo è importante divenire consapevoli di avere bisogno di aiuto. Ritrovare il proprio equilibrio e il proprio benessere è possibile e richiedere un percorso di psicoterapia è il primo passo verso la possibile guarigione. In questo modo si possono imparare nuove strategie di risposta e modalità funzionali di stare in relazione con se stessi e con gli altri.

Anche per le persone che sono in relazione con una persona avente questo disturbo può diventare faticoso sentirsi spesso messi in discussione, svalutati o vedere non riconosciuti i propri bisogni. Per questo è molto importante riconoscere tale disturbo in sé o in chi ci è intorno in modo da poterne prendere le distanze e avviare un percorso di cura.

 

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Articolo di Martina Russo

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