Nel precedente articolo abbiamo introdotto il colloquio educativo e il suo approccio pedagogico specificando le sue caratteristiche.

Ora approfondiamo invece gli strumenti di comunicazione e l’approccio pedagogico funzionale, vediamo insieme di cosa si tratta.

Con il termine “strumento comunicativo” si intende una tecnica, un principio o una modalità espressive utilizzata intenzionalmente dal consulente per far emergere e veicolare dei contenuti all’interno della dimensione relazionale con il fine di raggiungere il cambiamento educativo prospettato.

Gli strumenti comunicativi sono alla base dell’approccio pedagogico utilizzato dal consulente nella relazione educativa e di aiuto con l’utente.

La comunicazione è alla base di ogni scambio e di ogni relazione.

Attraverso la comunicazione, infatti, non si ha semplicemente uno scambio di informazioni bensì si crea un’esperienza relazionale tra i diversi soggetti coinvolti.

Il processo di comunicazione, però, è influenzato da diversi fattori che causano una distorsione tra il messaggio inviato dall’emittente e il messaggio ricevuto dal ricevente.

Può essere influenzato, ad esempio, dai seguenti aspetti:

  • Percezione ed emozioni;
  • Pregiudizi;
  • Sistema di valori;
  • Vissuti personali;
  • Contesto di riferimento;
  • Stili comunicativi personali;
  • Aspettative.

L’approccio pedagogico della consulenza trae ispirazione da alcuni aspetti della psicologia umanistica di Carl Rogers nel corso del 1900.

L’ambito di studio privilegiato da Rogers è quello della comunicazione terapeutica e didattica ma alcuni aspetti possono essere considerati strumenti fondamentali per tutte le relazioni di aiuto.

In particolare, la valorizzazione dell’empatia e delle non direttività della comunicazione sono condivisibili e in parte utilizzabili anche nella consulenza pedagogica.

Nella visione rogersiana i presupposti fondamentali della relazione di aiuto sono costituiti dalla:

  • Genuinità, autenticità e trasparenza del consulente;
  • Considerazione positiva e incondizionata del cliente che viene accettato, rispettato, compreso e supportato;
  • Empatia ovvero la capacità di comprendere in modo reale i sentimenti dell’altra persona.

Inoltre, l’attitudine all’ascolto e alla gestione del silenzio per una reale comunicazione centrata sul cliente è una competenza molto importante del consulente.

Soprattutto nella prima fase del colloquio di consulenza, ovvero nella fase di accoglienza del cliente dove si comprende la sua esigenza e il suo bisogno, è importante favorire un clima di fiducia e positività, affinché il cliente possa sentirsi a suo agio.

Il consulente deve essere in grado di “ascoltare” ponendosi in una posizione non giudicante e di evitare “errori comunicativi” che potrebbero poi costituire delle barriere al raggiungimento dell’obiettivo della comunicazione.

Gordon (cit. in Fenzio 2018) ha individuato dodici categorie di risposta non funzionali alla relazione di aiuto, vediamole insieme:

  1. Dare ordini, comandare: espressioni come “bisogna che tu…” “tu devi…” potrebbero generare timore, resistenza, senso di controllo. Non sono dunque funzionali ad una comunicazione efficace e aperta;
  2. Minacciare, avvisare, mettere in guardia: espressioni come “è meglio per te…” “se non farai così…” possono provocare paura, risentimento, rabbia e, dunque, chiusura e rifiuto;
  3. Fare la predica, rimproverare: espressioni come “tu dovresti…” “non dovresti…” potrebbero incrementare il senso di sfiducia nella persona;
  4. Offrire soluzioni e consigli può impedire al soggetto di riflettere in prima persona sul suo problema e sulla sua soluzione. La persona, infatti, deve essere stimolata e spronata a riflettere attivamente sul suo problema e trovare soluzioni in autonomia, con il sostegno del consulente;
  5. Argomentare, persuadere con la logica può portare il soggetto a sentirsi inadeguato e a trincerarsi dietro posizioni difensive;
  6. Giudicare e criticare: frasi giudicanti possono provocare timori, rabbia e ostilità, e non apertura e fiducia;
  7. Ridicolizzare, etichettare con diversi aggettivi può influire sull’immagine di sé e far sentire il soggetto svalutato e non accettato;
  8. Interpretare, analizzare, diagnosticare con frasi semplicistiche può portare la persona a sentirsi frustrata e non compresa;
  9. Fare apprezzamenti e manifestare compiacimenti può essere visto come un tentativo manipolatorio, orientato solo a incoraggiare i comportamenti desiderati;
  10. Rassicurare e consolare: frasi come “non temere…” e “vedrai che andrà meglio…” possono portare il soggetto a sentirsi incompreso nei suoi bisogni profondi;
  11. Contestare, indagare, mettere in dubbio, oppure adottare un atteggiamento inquisitorio può generare ansia e fastidi causando la chiusura della comunicazione;
  12. Minimizzare il problema o l’emozione può dare la sensazione alla persona di non essere compresa o di avere poca importanza. In questo modo non si facilita sicuramente l’apertura della persona al dialogo e alla fiducia.

L’approccio pedagogico del consulente, dunque, deve essere attento alla comunicazione verbale e non verbale della persona, non giudicante, aperto al dialogo e al confronto, cercando sempre di instaurare un clima di fiducia stimolando e spronando la persona all’attivazione delle proprie risorse personali e all’autonomia.

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Articolo di Giulia Piazza

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BIBLIOGRAFIA

Fenzio F, Manuale di consulenza pedagogica in ambito familiare, giuridico e scolastico, 2018, Youcan Print

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