La donna tra lavoro e famiglia

La donna tra lavoro e famiglia

In questo articolo, in occasione della festa delle donne, analizzeremo la figura della donna tra lavoro e famiglia.
È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che nasce la mistica della casalinga che relega la donna ad occuparsi della famiglia, della casa e a distribuire cure, calore e tenerezza, specialmente ai figli.
Oltre all’esaltazione dell’amore materno, infatti, il lavoro domestico riceve un riconoscimento sociale inedito come agente di moralizzazione della famiglia e dell’intera comunità.

Non deve, dunque, sorprendere che l’espansione del lavoro salariato femminile, favorito dal processo di industrializzazione, abbia provocato rifiuto e riprovazione sociale, specialmente nel ceto medio.

 

La donna tra lavoro e famiglia: cenni storici

Il lavoro delle donne in fabbrica è associato alla degenerazione della famiglia, giudicato come degradante e contrario alla vocazione naturale della donna.

Nella classe operaria comunque il lavoro non era considerato disonorevole per una donna a patto che non venisse meno il ruolo primario di madre-moglie.

Nonostante non godesse dell’approvazione sociale, nel periodo della prima industrializzazione la presenza delle donne sul mercato del lavoro fu massiva.

Le italiane che alla fine dell’Ottocento trovarono occupazione, soprattutto nel settore tessile e nelle manifatture, furono protagoniste di numerosi scioperi e agitazioni.
Esse rappresentarono infatti l’avanguardia del movimento operaio.

In Lombardia il movimento operaio si sviluppò in stretto rapporto con il movimento di emancipazione promosso dalla “Lega promotrice degli interessi femminili” fondata nel 1881 a Milano.

Intorno alla fine del XX secolo il diritto delle donne al lavoro divenne un fatto per lo più acquisito.

La determinazione delle donne fu rafforzata dalla notizia del terribile incendio che l’8 marzo del 1908 devastò la fabbrica Cotton, a New York, provocando la morte di ben 129 operaie.
Tale data è stata poi scelta per una ricorrenza dedicata proprio alla “festa della donna”.

Tuttavia l’evento che segnò una svolta nel processo di emancipazione della donna è rappresentato dalla prima guerra mondiale dove le donne occuparono il mercato del lavoro per sostituire gli uomini impegnati al fronte.

Le donne, anche quelle sposate e dei ceti medi, si dimostrarono capaci di svolgere tutti i lavori, anche nel settore terziario come segreteria, stenografia, dattilografia, settori che furono monopolizzati dalle donne.
Iniziò così il processo di femminilizzazione di certe professioni.

L’anno 1919 segna un altro momento importante: l’abrogazione dell’autorizzazione maritale per le donne lavoratrice.

Il momento più significativo è, però, il 1945 con l’estensione del diritto di voto che segna l’inizio di un lento ma progressivo processo di riabilitazione civile e giuridica.

Dagli anni ’60 del secolo scorso si assiste alla crescente presenza delle donne nel mercato del lavoro, in tutti i paesi Europei anche se con ritmi diversi.
Si riscontrano infatti notevoli disparità nei tassi occupazionali delle diverse nazioni, con uno scaro evidente tra i paesi del nord Europa e quelli dell’area mediterranea. Danimarca, Olanda, Svezia e Gran Bretagna in testa, seguite da Spagna, Italia e Grecia.

 

La donna tra lavoro e famiglia: oggi

La tendenza attuale vede l’uscita della donna dal mercato del lavoro principalmente per un fattore di età e non, come avveniva in passato, per l’esperienza della maternità.
Nonostante ciò non è un caso che le donne risultino le maggiori fruitrici del lavoro part time.

Nel panorama europeo l’Italia continua a rappresentare il fanalino di cosa, detenendo ancora alcuni primati negativi, come il più basso tasso europeo di partecipazione femminile al mercato del lavoro ed un marcato gap di genere.

Riguardo invece la distribuzione nei settori produttivi risulta che le donne sono le protagoniste nel settore dei servizi.
Le donne hanno incrementato la loro presenza nelle aree di assistenza e della cura, della ricerca e della cultura, della tecnica specializzata, della vendita e soprattutto dei servizi alla persona.

Possiamo dire che i settori occupazionali presentano una vera e propria tipizzazione sessuale. Secondo questa chiave di lettura, la presenza crescente delle donne sul mercato del lavoro avrebbe solo apparentemente scardinato lo stereotipo legato alla sessuazione del lavoro.
Le occupazioni femminili infatti riproducono quasi sempre le tradizionali mansioni familiari.

Si tratta di professioni in cui si esercita la premura e la comprensione, l’assistenza e l’educazione, oppure lavoro che implicano l’ausiliarità, la pulizia, il decoro e il senso estetico.
Inoltre, numerose inchieste hanno messo in luce che le qualificazioni professionali e i salari si distribuiscono in modo non uniforme.

Generalmente sono le donne ad occupare i posti meno qualificati rispetto agli uomini, anche perché scelgono i lavori atipici che inevitabilmente non consentono una qualificazione professionale e bloccano le possibilità di carriera.

Tantissimi passi sono stati compiuti fino ad oggi e tanti devono ancora essere compiuti.
Non smettiamo mai di crederci e di lottare: ogni donna ha la libertà e il diritto di scegliere il lavoro dei suoi sogni, il lavoro che vuole sulla base delle sue aspettative, esigenze e bisogni.

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Articolo di Giulia Piazza

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BIBLIOGRAFIA

Bellafronte F, Bambine (mal)educate, l’identità di genere trent’anni dopo, Palomar Telemaco, 2003

Il pedagogista forense

Il pedagogista forense

In questo articolo vogliamo introdurre la figura del pedagogista forense per definirne il ruolo e i principali ambiti di intervento. Il pedagogista forense è una figura tecnica che può assumere un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni complesse 

La pedagogia giuridica può riferirsi all’ambito giudiziale ma anche a quello stragiudiziale nelle cause di separazione, divorzio e affidamento dei figliNello specifico, il consulente tecnico può essere chiamato nelle cause di separazione giudiziali, prevalentemente in quelle conflittuali, dove si può richiedere un parere in merito all’affidamento dei figli.  

Cerchiamo però insieme di fare chiarezza.  

L’art. 61 del Codice di Procedura Civile afferma che “quando è necessario, il giudice può farsi assistere per il compimento di singoli atti o per tutto il processo, da uno o più consulenti di particolare competenza tecnica”. La scelta di un consulente con esperienza nel campo della pedagogia è quindi legittima e può essere richiesta dal Giudice o dagli Avvocati in qualunque momento del processoIn questi casi, il pedagogista può essere chiamato ad esprimere un parere tecnico per sostenere la decisione inerente le competenze educative e genitoriali. Egli può, inoltre, esprimere un parere tecnico in merito alla tipologia di affidamento considerata più idonea in quella specifica situazione.  

 

Elaborazione del parere tecnico di parte 

Il parere tecnico viene richiesto espressamente dal Legale di riferimento della singola parte coinvolta con lo scopo di individuare la soluzione che rispetti i requisiti di maggior interesse del minore e di buone prassi di genitorialità. 

Tale parere ha l’obiettivo di: 

  • Indagare il rapporto che intercorre tra minori e genitori o altre figure; 
  • Evidenziare la relazione educativa propria della diade genitore/figlio, sottolineandone il funzionamento; 
  • Sostenere il diritto di visita ed in particolare il diritto dei nonni; 
  • Prevenire situazioni di rischio. 

Avvalendosi di specifici colloqui pedagogici, è possibile raccogliere elementi in merito alla storia, alle competenze educative e genitoriali e alla relazione educativa del genitore con il minore. Sulla base di tali elementi, il pedagogista forense effettuerà una valutazione pedagogica delle competenze genitoriali e della relazione educativa. Tale valutazione tecnica può trasformarsi in una relazione tecnico-peritale di parte sui temi della genitorialità e della tutela minorile e potrà essere utilizzata in fase giudiziale.  

 

Il mediatore pedagogico  

Il pedagogista forense può inoltre operare nell’ambito delle separazioni consensuali, agendo a supporto della coppia genitoriale nel processo di mediazione, conducendo così a decisioni condivise in merito all’affidamento e alla gestione dei figli 

In questo caso, il pedagogista collabora direttamente con gli Studi Legali fornendo la sua competenza in ambito pedagogico e nella gestione dei conflittiTale figura può aiutare la coppia a individuare strategie condivise e funzionali a gestire il cambiamento in modo accettabile per i figli e funzionale alla relazione educativa. Qui il pedagogista assume il ruolo di mediatore del conflitto educativo con l’obiettivo di ascoltare i genitori e giungere ad una soluzione condivisa ed accettabile per entrambi.  

Quando parliamo di conflitto, molto importante è riconoscere che esso nasce dalla difficoltà di interazione tra le personeEsso è dunque uno stato di relazione che può avere origine da un bisogno insoddisfatto o da una incomprensione 

Il conflitto deve essere considerato come un’opportunità, come un’occasione di apprendimento e cambiamento. In questo modo il conflitto sarà costruttivo. Il pedagogista interviene attivamente sul conflitto con l’obiettivo di accompagnare e sostenere le parti coinvolte nel raggiungimento di una soluzione condivisa e partecipataUna soluzione, cioè, dove entrambe le parti ottengono un beneficio, e non solo una di esse, nel pieno interesse del figlio.  

Su questo, vi consigliamo la lettura di questo nostro articolo per offrirvi degli spunti di riflessione su “cosa fare” e “cosa non fare” per comunicare e dire ai figli della separazione. 

La cosa più importante è tutelare e salvaguardare i propri figli, proteggerli cioè dal“vortice” della separazione. 

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Articolo di Giulia Piazza

Il rischio suicidario

Il rischio suicidario

Quello del suicidio non è per nulla un tema semplice da affrontare. Per chi ha conosciuto e vissuto storie legate al rischio suicidario è chiaro il suo significato emotivo. Può rappresentare una ferita aperta per sempre.

Esperti di psicologia e psicoterapia sono vicini a chi ha conosciuto il rischio suicidario e possono sicuramente fornire un valido sostegno alla sua risoluzione; aiutano la persona in difficoltà a comprendere il significato profondo legato al suicidio di sé o di una persona cara, forniscono strumenti per affrontare le difficoltà e andare avanti con la propria vita.

Genesi del rischio suicidario

La letteratura scientifica in tema di suicidio ci riporta a Durkheim ed alla sua teoria sociologica.

Come riportati nelle Raccomandazioni per la Prevenzione delle condotte suicidarie, disposto dalla Regione Emilia Romagna:

“Il suicidio è un comportamento plurideterminato; spesso è associato ad aspetti psicopatologici che, se riconosciuti e trattati, possono determinare una significativa diminuzione del rischio suicidario.”

Diversi studi e ricerche hanno evidenziato alcuni fattori di rischio principali riconducibili alla condotta suicidaria:

1. Il disturbo psichico.

In una elevata percentuale dei casi di suicidio è diagnosticabile un disturbo psicologico o psichiatrico, che di solito è depressione; sentimenti di profonda e prolungata depressione, anche post partum, ma anche patologie bipolari, allucinatorie, nelle fasi maniacali, ad esempio.

2. Il trauma.

Il trauma è sicuramente legato al rischio suicidario, e non per forza deve essere un trauma recente. La sofferenza, infatti, può riferirsi anche ad un trauma legato al proprio passato, una violenza, una perdita che non si è riuscita a superare o che la nostra memoria ha riportato ai nostri ricordi.

3. Uso/abuso di sostanze.

Alcool e droghe possono avere un effetto accelerante, sicuramente rappresentano un fattore di rischio legato alla diminuzione della percezione di pericolosità di determinate condotte, che possono sfociare in un vero e proprio rischio suicidario.

4. Gravi malattie fisiche e sindromi dolorose.

Malattie improvvise, gravi, autoimmuni, psicosomatiche molto invalidanti, dolori fisici persistenti, problemi di salute ripetitivi, cronici, molto dolorosi e senza cure, che obbligano a ricorrere a esami invasivi e visite mediche continue, può rappresentare un fattore di rischio.

Una persona malata che soffre fisicamente può percepire altresì isolamento dal proprio contesto familiare e sociale, stanchezza per la propria situazione, fatica a fare le cose di tutti i giorni, soprattutto nell’impossibilità di svolgere i compiti più semplici, preferendo piano piano ritirarsi.

La stanchezza fisica, anche nelle persone più resilienti, può accompagnarsi ad una stanchezza mentale che rappresenta un serio fattore di rischio suicidario.

Proteggere, amare, curare emotivamente le persone malate è importante poiché esse non si percepiscano come un peso nella “regolare” vita degli altri. Il desiderio di farla finita aumenta con la percezione di non appartenere, di pesare, di essere sacrificabile.

5. Problemi di isolamento – anche legati alla propria identità sessuale.

Bullismo, cyberbullismo, percepirsi come diversi, non accettati, giudicati, non accolti nelle proprie scelte di vita, nella propria identità sessuale, e non solo, può rappresentare, soprattutto per i più giovani, un ostacolo reale alla felicità.

Autolesionismo e rischio suicidario nei giovani

Nell’infanzia, episodi protratti nel tempo di bullismo e isolamento sociale, ma anche deprivazioni di attenzioni da parte dei genitori, espone ai fattori di rischio per atti di autolesionismo.

Gli atti di autolesionismo possono predire il rischio suicidario ed aprire gli occhi agli adulti, per mettere in atto dei comportamenti di prevenzione e protezione.

Gli elementi scatenanti la volontà di esporsi al rischio suicidario nei giovani possono trovarsi nel lutto di familiari, in esposizioni precoci alla violenza, in estremo isolamento sociale legato ad episodi di bullismo violenza psicologica e cyberbullismo.

L’atto di tagliarsi, ad esempio, è conosciuto e riconosciuto da parte degli esperti come una richiesta di aiuto e un indizio esteriore alla sofferenza che i ragazzi stanno patendo.

Prendere seriamente in considerazione di aiutare e supportare i ragazzi in questa fase può salvargli la vita, non solo dal rischio suicidario bensì anche da traumi e problemi nell’età adulta.

Un giovane, infatti, può sentire dentro di sé quella sensazione di solitudine, inadeguatezza, differenza dai pari e dagli amici, scarsità di possibilità e attenzioni, trascuratezza, può provare sentimenti di colpa, vergogna, rabbia, panico, disperazione per una situazione che sta vivendo.

La vicinanza a gruppi o simboli che parlino di suicidio, poi, può amplificare la sensazione di coraggio e determinazione a commettere il fatto.

“Il suicidio rappresenta un atto di fuga da un disagio insopportabile, tagliarsi potrebbe rappresentare un tentativo di rigenerazione emotiva.”

Forse un po’ come la fenice… che risorge dalle proprie ceneri!

“L’autolesione servirebbe ad “interrompere” “stati di morte emotiva”.”

Le risorse di resistenza psicologica sono differenti in ciascun soggetto esposto al rischio suicidario; gli elementi che possiamo definire, in sintesi, come campanelli d’allarme da tenere monitorati, sono:

  1. Sentimenti di disperazione;
  2. Percezione di non poter avere un futuro, incapacità di costruire;
  3. Perdita della capacità di reagire.

Il suicidio viene allora visto come l’unica via d’uscita da una condizione senza speranza.

Rischio suicidario nelle carceri e nelle dipendenze

Diverse ricerche provano che l’abuso di alcool e droghe si correli frequentemente al rischio suicidario.

Si stima che il 25-33% degli adolescenti che compiono suicidio hanno una storia di abuso di sostanze.

Si può sostenere che l’uso di sostanze aumenti la probabilità legata al suicidio, di tre volte, rispetto la popolazione sana di riferimento ed inoltre che il desiderio di morire aumenti drammaticamente appena dopo l’assunzione di droghe (Brent et al., 1997).

Goffman, sociologo e ricercatore, nel 1969, teorizza assunti legati alle istituzioni totali, sottolineando i rischi legati alla detenzione in carcere, ambiente inflessibile e rigido, che induce a sentimenti di frustrazione, assenza di norme, condizioni psichiatriche anche gravi.

Le teorie criminologiche evidenziano quella che viene definita con il termine prisonizzazione, o sindrome di prisonizzazione, come un processo psicologico che i detenuti sviluppano, legata all’alienazione del Sé e a creare una identità del detenuto comune.

Prisonizzazione e istituzione sociale sono fattori di rischio legati al rischio suicidario, analizzate assieme a differenti variabili che ne conseguono.

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Da monologo del padre, per Alice.

“Alice non era solo questo. Non era solo una persona sofferente, era anche entusiasta– è stata la sua ancora di salvezza finché è bastato – E’ stata anche male… Anche.. non solo. La sua vita non si riduce a questo.”

(Zerocalcare, Strappare lungo i bordi.)

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Il Suicidio e la sua prevenzione. A cura di Roberto Tatarelli e Maurizio Pompili. Ed. Giovanni Fioriti Editore s.r.l. Roma, 2008.

Caglio F., Piotti A., 2007; Gonin D., 1994

Cosa possiamo imparare da Il mito di Venere

Cosa possiamo imparare da Il mito di Venere

Nelle scienze sociali, il mito di Venere viene studiato ed utilizzato come metafora comportamentale e psicologica di una donna moderna, lasciandoci riflettere su ciò che la mitologia può suggerirci sull’universo femminile.

Guardando il quadro di Sandro Botticelli nella Galleria degli Uffizi a Firenze, possiamo ammirare una Venere eccezionale e inedita.

Il mito di Venere racconta di una Dèa dolce, rappresentata accanto ai simboli che la rappresentano: la colomba, il cigno ed un passero, delicati ed eleganti animali liberi, capaci di volare, e simboli floreali quali la rosa, il mirto e la palma.

Venere rappresenta la bellezza, la primavera, la vegetazione, ciò che nasce e fiorisce, i legami forti, la protezione.

Ciò che si trova ne il mito di Venere è una donna talmente bella e desiderabile da infondere piacere, desiderio e una forte spinta per l’amore sessuale (rappresentata, nel mito, da Eros).

Ciò che è contenuto nel mito disegna una donna inafferrabile, di grande indipendenza della donna dall’uomo, con ingredienti di seduzione e desiderio ma anche di trasformazione psicologica, crescita continua conoscenza approfondita di sé derivante dai rapporti d’amore

Il corpo di Venere

Venere ama e protegge l’amore. Questa donna bellissima e sensuale, fa ammaliare differenti Dèi, nonostante i suoi famosi sette difetti, quali:

  1. Il secondo dito del piede più lungo dell’alluce, cosiddetto piede alla greca;
  2. Lo strabismo di Venere;
  3. Le fossette di Venere sopra il sedere;
  4. Linee oblique sull’addome;
  5. Un colore all’attaccatura dei capelli differente dal biondo della chioma;
  6. Il dito medio della mano più lungo del palmo;
  7. Alcune rughe sul collo.

I difetti ne Il mito di Venere ci fanno riflettere sulla perfezione dell’amore.

Si può arrivare a cercare una perfezione fisica irraggiungibile?

Può l ‘amore trovarsi nella perfezione dei singoli tratti di una donna?

Come possiamo misurare, su quali canoni, la perfezione dei tratti femminili?

Forse, lasciarsi influenzare dalle immagini di copertina e, ormai, dai modelli tutti uguali e stereotipati di donna con il corpo perfetto (per meritarsi di essere guardata, accettata, amata) rischia di creare una generalizzazione troppo vasta.

Rischia di collocare tutte le donne in una unica categoria del “perfetto”.
Rischia di fare sentire le donne ancora più sole.

Il Mito di Venere dipinge una donna, una Dèa, contraddistinta da difetti fisici che non rappresentano un ostacolo all’accettazione di Sé, all’amore per sé stessa e per l’amore di coppia.
Venere si lascia amare e si ama, senza limiti di misure.

Il carattere di Venere

Venere è associata alla riconciliazione, perché l’amore muove amore. Nel mito, si avvicina a figure come Desiderio e riappacifica separazioni e liti violente.

Si tratta di una donna dunque forte, combattente e guerrigliera di carattere, che alza la testa e fa valere le proprie idee e i propri No. Che media.
Alcune figure femminili, nella mitologia, venivano date in sposa o rapite, ma il mito di Venere racconta di una Dèa indipendente, libera di scegliere chi sposare.

Si affianca a diversi amanti, ha molte relazioni, vive l’amore puro appieno, mettendo al mondo diversi figli che protegge seppur non sempre cura.
Decide di sposare un Dio poco apprezzato per bellezza, rappresentato brutto e storpio, ma con grande capacità di lavorare l’oro e creare gioielli unici da darle in dono.

Ecco rappresentato il carattere di una donna forte e indipendente, libera di volare e amante dell’amore, capace di generare passioni e legami strettissimi, ma anche dolori e sofferenze.
Ne il Mito di Venere, la Dèa nasce dalla spuma del mare, ed è forse questa sua origine ad attribuirle questo carattere passionale, forte, deciso.

Il conflitto con le donne

La Dèa, nel mito, presenta diverse zone di ombra.
Ha un carattere irascibile e rabbioso con le donne che non amano loro stesse, che non si prendono cura di sé.

Anche la vendetta rientra nel temperamento comportamentale di Venere, gettando sulle sue nemiche, che la fanno soffrire per il loro mancato amore verso sé stesse, nelle braccia di amori terribili, non ricambiati o svalutanti.
È importante e parallela dunque una riflessione sull’amicizia femminile.

L’amore non è dunque un sentimento ad una sola via: l’amore verso gli altri.
Per amare gli altri si deve essere in grado di amare sé stessi, insegna il mito di venere.

Il lato oscuro dell’amore

Il mito di Venere racconta di una donna che ama oltre ogni confine; comportando anche relazioni con uomini impegnati, pur di vivere il proprio sentimento ed il proprio desiderio.

In questo senso Venere può unire e portare all’estrema conoscenza di sé così come dividere, provocare caos e disordine nella vita delle famiglie.

Non c’è patologia

Il carattere e il temperamento di Venere può essere ricondotto ad una donna frivola, leggera, che vive l’amore con momenti di profondo piacere fisico e sessuale, senza fermarsi in una relazione troppo a lungo.
Questa donna, però, rappresenta anche l’intelligenza, la scelta razionale, l’appagamento di conoscere sé stessi e di vivere emozioni che, seppur attraverso relazioni errate, insegnano qualcosa.

Venere è una donna che studia, migliora, perfeziona sé stessa, si vive pienamente. Non rappresenta mai la patologia narcisistica, rappresentando il narcisismo l’esempio perfetto di assenza di amore.

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Articolo di Martina Petrucciani

Il comportamento impulsivo

Il comportamento impulsivo

Compiere un atto irrazionale senza valutarne le conseguenze è definito comportamento impulsivo. Si risponde in maniera automatica ad uno stimolo esterno ed è presente, dunque, l’incapacità di resistere ad un impulso o desiderio.

Nel corso del precedente articolo abbiamo parlato della violenza psicologica, fornendo alcune soluzioni possibili per rispondere a questa forma di violenza o come prevenirla nei soggetti più fragili. Nel corso di questo articolo, invece, approfondiremo un tipo di comportamento che può rivelarsi molto pericoloso e che è bene combattere ed arginare al meglio ed il prima possibile: il comportamento impulsivo.

In Psicologia la Personalità Impulsiva è caratterizzata da:

  • Comportamenti disfunzionali, e a volte pericolosi, messi in atto;
  • Disregolazione delle emozioni;
  • Difficoltà nel relazionarsi con gli altri.

Molto spesso tale condotta è enfatizzata dall’uso di droghe o alcol che favoriscono la perdita dei freni inibitori, alterano la percezione della realtà e la comprensione delle conseguenze delle proprie azioni.

Ciò che maggiormente caratterizza la personalità impulsiva è l’instabilità e la mancanza di una regolazione emotiva. Le persone affette da tale disturbo a volte non riescono a fare  a meno di agire. L’azione, alla base del comportamento impulsivo, arriva sempre prima del pensiero e i due aspetti risultano difficilmente integrabili all’interno di questo quadro personologico.

Quali sono le possibili origini di un comportamento impulsivo?

Spie del comportamento impulsivo in età scolare sono il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD) e il disturbo della condotta. In  età adulta è nel disturbo borderline di personalità e in quello antisociale che ritroviamo come caratteristica peculiare il comportamento impulsivo.

L’origine di tale comportamento può essere rintracciata nel rapporto con le figure di accudimento e con il conseguente sviluppo della capacità di tollerare la frustrazione. La madre che risponde ai bisogni del bambino rispettandone i tempi aiuta il bambino a superare i momenti di noia e la fatica di attendere risultati o premi. Lasciare che il bambino attenda, per un tempo adeguato alle sue capacità e risorse, permette di sviluppare fiducia nelle sue risorse di attesa. Al contrario, soddisfare nell’immediato ogni sua richiesta rimanda al bambino un’ urgenza che non favorisce la tolleranza alle piccole frustrazioni quotidiane utili al processo di crescita.

Ma quali sono i sentimenti che appartengono ad una persona impulsiva?

Molto spesso la persona che compie un atto impulsivo si pente della condotta compiuta e prova un forte senso di colpa generato dall’incapacità di controllare i propri comportamenti. Questo può sfociare anche in atti auto ed etero aggressivi che illusoriamente servono alla persona per ritrovare la calma ed eliminare la tensione.

Possibili strategie risolutive al comportamento impulsivo:

Diverse sono le possibili soluzioni a tale comportamento. Esistono infatti numerose tecniche di mindfulness e di respirazione che permettono al soggetto di concentrarsi sul corpo, sentire l’energia e trasformarla in movimento positivo. La psicoterapia , inoltre, può essere un valido strumento per imparare a gestire le pulsione e comprendere al meglio le cause.

Attendere, fermarsi, prima di rispondere ad uno stimolo fortemente attivante non è semplice e richiede un allenamento costante. Questo è possibile e permette alla persona di ritrovare il benessere e l’equilibrio, evitando di continuare a far o farsi del male.

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Articolo di Martina Russo

Come rispondere alla violenza psicologica

Come rispondere alla violenza psicologica

Per comprendere come rispondere alla violenza psicologica è necessario riallacciarsi al nostro articolo precedente e prendere consapevolezza dei rischi legati ad un trauma o un comportamento violento.

Abbiamo citato Freud in merito alla capacità di resistere o meno ai traumi, con le sue spiegazioni circa le frustrazioni legate alla prima infanzia e al rapporto con i genitori.

Ormai è accertata l’importanza dell’ambiente di appartenenza nel predisporre al trauma: viene dimostrato da diversi studiosi che le carenze dei genitori nel rasserenare velocemente gli stati d’animo e le emozioni negative del bambino sono centrali.

Spiegare come rispondere alla violenza psicologica significa avere chiaro che la cura e l’educazione del proprio figlio fin dai primi mesi di vita rappresenta il segreto per stimolare naturalmente tutte quelle risorse psicologiche legate alla resistenza.

Il bambino che ha potuto crescere protetto ma anche sviluppando le capacità di autonomia e indipendenza, accanto ai propri genitori, avrà implementato maggiori risorse personali per capire come rispondere alla violenza psicologica.

Come rispondere alla violenza psicologica emotivamente

Le sensazioni di insicurezza e la percezione di pericolo rappresenta qualcosa di naturale e sano che caratterizza quasi ciascuno di noi: queste sensazioni di ansia (positiva) sono un modo inconsapevole del nostro corpo e della nostra mente di metterci in guardia da tutti i pericoli che potremmo incontrare e potrebbero minacciare la nostra vita.

Avere paura e provare ansia va bene!

È stato dimostrato che un livello di frustrazione ottimale promuove lo sviluppo sano e funzionale nel bambino, che può imparare a riconoscere le situazioni pericolose e apprendere ad affrontarle con energia e positività, potendo prepararsi alle sfide della vita adulta.

Stimolare il bambino a nuove esperienze, cibi nuovi, situazioni sfidanti, rimanendo sempre al suo fianco, rappresenta una vera e propria ricetta di ingredienti su come rispondere alla violenza psicologica.

È dunque chiarito che, nella vita di un bambino piccolo, una frustrazione, se non colta immediatamente e gestita, può rappresentare un vero e proprio trauma esperienziale, con ripercussioni importanti nella vita adulta.

Ma che cosa accade nella nostra mente quando subiamo un atto violento? Quali meccanismi si attivano, automaticamente, per dirci come rispondere alla violenza psicologica, nell’immediato?

Come rispondere alla violenza psicologica: meccanismi veloci

Vediamo alcuni meccanismi che la nostra mente mette in atto per affrontare la minaccia di un trauma:

  • Stern, nel 1988, teorizza il meccanismo della ripetizione.

È stata evidenziata una tendenza a riepilogare e a ripetere le nostre esperienze traumatiche in successive esperienze della nostra vita, anche in maniera compulsiva. Già Anna Freud lo citava sottolineando la nostra tendenza automatica a difenderci da ciò che in passato ci è andato storto: è così che, ripetendo il trauma, ci diamo una seconda possibilità di affrontarlo e risolverlo.

 

  • Il meccanismo della rimozione, viene spiegato come la predisposizione mentale ad eliminare dalla nostra memoria un fatto traumatico per sopperire alle sofferenze e come aiuto su come rispondere alla violenza psicologica.

Una violenza subita o un trauma che viene totalmente rimosso dalla memoria può riaffiorare sotto diverse forme, come insicurezze psicologiche e pensieri intrusivi.

L’importanza di metabolizzare e affrontare le difficoltà della vita per poter andare avanti è davvero centrale per essere individui risolti.

La psicologia stessa dimostra che non è possibile nascondere sotto il tappeto le nostre sofferenze senza affrontarle, poiché torneranno a tormentarci.

 

  • Il meccanismo dell’isolamento emotivo, a differenza della dissociazione, consta di un altro meccanismo della nostra psiche, che si attiva per difenderci dai traumi.

Si può attivare in seguito ad una sofferenza emotiva importante, come per fronteggiare un lutto.

Il silenzio emotivo, a sua volta, non rappresenta una valida strategia per salvarsi e curarsi dal dolore, bensì rappresenta ancora una maschera di negazione.

 

  • La somatizzazione del corpo, è descritta da Kramer nel 1990 come una strategia difensiva del corpo per togliere attenzione e consapevolezza verso i dolori della mente.

Un meccanismo che il nostro corpo metterebbe in atto dunque per difenderci da traumi subiti nell’infanzia, anche causati, ad esempio, anche da separazioni e divorzi dei genitori.

Aiutare gli adolescenti a resistere

Possiamo consigliare ai ragazzi come rispondere alla violenza psicologica, in seguito ad un trauma derivante dalla rottura della serenità famigliare, alla morte o all’allontanamento di un genitore o in seguito ad una infanzia turbolenta?

Levine nel 1990 ci racconta come si trasforma l’idealizzazione della figura di mamma e papà nella mente di un adolescente: gli scontri, la crescita, l’effettiva violenza assistita subita, portano a rendersi conto di una nuova verità.

Il genitore perde la sua aurea di forza, protezione e fiducia in cui il giovane aveva sperato e immaginato, il quale si imbatte nei limiti delle proprie figure genitoriali, limiti affettivi, comunicativi, psicologici.

Questo non è per forza un accadimento traumatico ma che fa parte della vita adulta, senza separarci dall’amore che ci lega ai nostri genitori.

Accettare i cambiamenti ed una nuova visione fa parte del naturale ciclo della vita e dei naturali cambiamenti di ruolo nella famiglia, ci consente di spostarci serenamente da una posizione di figlio a quella di genitore e tutore, a nostra volta, del nostro genitore divenuto anziano.

Quando però tali consapevolezze avvengono in maniera brusca, sulla spinta di violenze fisiche e abusi da parte dei genitori sui figli, ecco che questi vivono questa violenza come la rottura di un patto di fiducia che li sgretola.

Dunque che fare?

Per noi consulenti ed esperti in materie criminologiche, la parola d’ordine è fare prevenzione.

In questo senso, è importante raccontare ai ragazzi e alle ragazze l’importanza di parlare insieme agli adulti, condividere, sensibilizzare alla presenza, renderli consapevoli dei rischi legati alla vittimizzazione ma anche legati all’incapacità di esprimere i propri sentimenti negativi e di chiedere aiuto.

Ancora più di parlare è importante sapere ascoltare e osservare.

Troppo spesso i giovani non sono in grado di aprirsi o non lo fanno perché non si sentono accettati o si ribellano con modalità fredde o aggressive perché convinti di non essere compresi.

È quindi fondamentale ascoltare e dare la nostra disponibilità al sostegno, essere presenti fisicamente, emotivamente e come supporto alla crescita è la base per renderli sicuri ed evitargli ulteriori traumi nella vita adulta.

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Articolo di Martina Petrucciani

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Per approfondire:

https://www.google.it/books/edition/Normalit%C3%A0_e_patologia_del_bambino_Valut/OdxQ_GmsFZoC?hl=it&gbpv=1&dq=anna+freud+google+libri&printsec=frontcover 

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