Rapporto tra genitori e figli

Rapporto tra genitori e figli

Nel corso del precedente articolo vi abbiamo fornito alcuni consigli e strategie per spiegare le emozioni ai bambini. Oggi invece, proseguendo in questo approfondimento dedicato alla famiglia, vi fornirò alcuni spunti di riflessione sul rapporto tra genitori e figli.

Essere genitori è un’esperienza meravigliosa e, anche se estremamente complessa, le gioie che può dare sono davvero indescrivibili.
Per quanti consigli o suggerimenti si possano ascoltare non esistono ricette preconfezionate o manuali di istruzioni in grado di preparare in assoluto a questo compito.

Diventare madre e padre avviene direttamente sul campoagendosbagliandoimparando dai propri errori, a volte ricorrendo al sostegno di esperti per approfondire e ricevere consigli.

Rapporto tra genitori e figli

Il rapporto tra genitori e figli è centrale nella vita di ogni individuo, dall’infanzia all’adolescenza fino all’età adulta.
La famiglia è il luogo dove avviene la primissima socializzazione del bambino.

È, infatti, il primo luogo dove il bambino sperimenta il contatto con una rete sociale. Da qui si costruiscono le strutture relazionali, la personalità, i ruoli, le risorse cognitive ed emotive.

Per un bambino i genitori rappresentano una guida e una base sicura e il loro rapporto si sviluppa tra attaccamento e progressiva conquista dell’indipendenza.
In questo di fondamentale importanza è la comunicazione positiva tra genitori e figli caratterizzata da ascolto attivo, comprensione e dialogo.

Consigli per coltivare un buon rapporto tra genitori e figli

Innanzitutto, nel rapporto tra genitori e figli la comunicazione riveste un ruolo fondamentale.
Una comunicazione, però, che deve essere funzionale, non a senso unico, bensì un contenitore di reale ascolto e comprensione.

Per creare un rapporto di fiducia che duri nel tempo, è necessario dedicare del tempo di qualità ai figli. È importantissimo trovare del tempo per stare con i propri figli: parlare, giocare con loro, fare delle attività insieme.

All’interno della giornata dovrebbero esserci alcuni momenti per il dialogo. Questi momenti sono preziosi ed è soprattutto importante sapersi ascoltare a vicenda.
Prima si instaura questa buona abitudine, più sarà facile portarla avanti nella crescita del bambino fino all’adolescenza.

Alcuni buoni momenti di dialogo possono essere il momento del pranzo o della cena, oppure prima di andare a dormire.

Provate a fare domande specifiche e non generiche: al posto di “come è andata a scuola?” domandate “qual è stata la cosa più bella che hai fatto oggi?”.
Ciò aiuta sicuramente a stimolare la capacità di riflessione dei bambini e aiutare lui stesso a conoscersi meglio e scoprire i propri gusti.
Indagare sulle emozioni che hanno accompagnato un dato avvenimento è, di solito, il modo più coinvolgente per dialogare insieme.

E nell’adolescenza?

Il genitore, infatti, deve essere una base sicura dalla quale partire per esplorare il mondo circostante in autonomia: il ragazzo, però, sa che il genitore sarà sempre lì a sostenerlo nei momenti di difficoltà.

Deve, dunque, raggiungere un equilibrio tra due compiti opposti:

  • Favorire il cambiamento e l’indipendenza emotiva;
  • Essere e fornire una “base sicura” per il ragazzo, soprattutto nei momenti di difficoltà.

Fondamentale poi è incoraggiare sempre l’autonomia: pian piano il loro livello di autonomia aumenta, sosteneteli in ogni passo, anche quando questa autonomia non viene usata come ci aspettiamo.

I genitori devono dare al ragazzo, progressivamente, sempre più fiducia, facendogli capire che lo ritengono competente ma anche in via di formazione, devono accettare le sue opinioni in modo criticamente costruttivo e chiedere sempre di più (rispettandolo!) il suo punto di vista.

L’atteggiamento dei genitori deve essere caratterizzato da:

  • Dialogo e ascolto attivo;
  • Comprensione;
  • Sincerità e fiducia reciproca;
  • Rispetto e partecipazione attiva;
  • Empatia e comunicazione assertiva.

Ciò sicuramente richiede impegno e perseveranza da parte dei genitori.

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Articolo di Giulia Piazza

Come spiegare le emozioni ai bambini: consigli e strategie

Come spiegare le emozioni ai bambini: consigli e strategie

Oggi parliamo di emozioni e, in particolare, di come spiegare le emozioni ai bambini, come esprimerle e come gestirle in modo efficace.
La gestione delle emozioni è molto importante nella crescita e nello sviluppo dei bambini.

In realtà, tutto ciò che riguarda le emozioni è importante per la crescita dei bambini.

Un’emozione può essere definita come

una reazione soggettiva a un evento saliente, caratterizzata da cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali

C’è sempre un evento scatenante specifico per ogni emozione, così come ci sono sempre cambiamenti fisiologici, esperienziali e comportamentali.

Le emozioni ci accompagnano quotidianamente: alla base di ogni comportamento, infatti, si cela sempre un’emozione!
Hanno funzioni positive e servono per comunicare i propri bisogni ed esigenze agli altri, hanno un valore di sopravvivenza e svolgono funzioni utili per la regolazione interpersonale.

Le emozioni: cosa sono e a cosa servono

Le emozioni nascono e si manifestano in maniera spontanea e involontaria, “capitano” senza lasciare alla persona la possibilità di decidere quale provare e quando.
Si generano in base ai significati e ai valori che ognuno di noi attribuisce ad un determinato evento e divengono così la conseguenza di un processo di valutazione.

Dunque, possiedono una forte componente situazionale che pone in evidenza la dimensione soggettiva e personale dell’esperienza.
Per questo variano da persona a persona e possono cambiare.

Inducono un’attivazione generale dell’organismo con la comparsa di reazioni motorie, fisiologiche ed espressive precise e rilevanti.
Possono essere definite, infatti, come uno schema composto da aspetti fisiologici, comportamentali e da aspetti di pensiero.

Le emozioni esercitano le funzioni di:

  • Preparare il soggetto all’emergenza o ad affrontare le situazioni impreviste;
  • Far percepire alla persona le sensazioni buone o cattive provocate da alcuni eventi;
  • Far conoscere agli altri il proprio stato emotivo.

Le emozioni ci aiutano a leggere cosa ci succede: sono la nostra prima finestra sul mondo.

La capacità di riconoscere le nostre emozioni, di viverle in modo consapevole, ci permette di comprendere non solo quello che accade dentro di noi, ma anche quello che accade attorno a noi.

Spiegare le emozioni ai bambini

Come spiegare le emozioni ai bambini?

Rabbia, gioia, tristezza, paura sono tutte emozioni che i bambini, e anche gli adulti, possono provare in riferimento a diverse situazioni.
Fondamentale è la modalità di gestione delle emozioni!

A volte possono essere difficili da gestire, soprattutto la rabbia o la tristezza, e la modalità più utilizzata potrebbe essere quella di reprimerle o contenerle. Questa modalità però non è educativamente funzionale: le emozioni non devono essere represse, minimizzate o giudicate.

Al contrario le emozioni devono essere sempre espresse, comunicate e gestite in modo positivo e costruttivo.
È, dunque, fondamentale spiegare le emozioni ai bambini e aiutarli a gestirle in modo efficace.

Un’adeguata educazione emotiva, dunque, permetterà di acquisire destrezza per la gestione degli stati emotivi, di ridurre le emozioni negative e di aumentare in buona parte le emozioni positive.

Educare alle emozioni

Per educazione emotiva si intende la capacità di riconoscere e comprendere le emozioni, dominarle senza reprimerle, a trasformarle in uno strumento prezioso per la conoscenza dell’altro da sé, in sintesi, a gestirle.
La formazione emotiva avviene inizialmente in famiglia ed in stretta collaborazione, poi, con la scuola.

La scuola è lo spazio ideale per lavorare sulle emozioni, perché è il luogo in cui la maggior parte degli individui passa più tempo negli anni fondamentali della propria formazione e perché quel tempo è molto significativo in termini di trasmissione di valori, oltre che di conoscenze.

L’educazione emotiva in aula non deve diventare una disciplina a sé, rigidamente intesa, da aggiungere alle materie curricolari e per la quale l’insegnante sia chiamato a trovare il tempo, il luogo e i materiali necessari al fine di sviluppare e portare a termine il programma.
Deve e può, invece, diventare una compagna di strada dei saperi cognitivi, dello sviluppo delle competenze e delle abilità.

In tutto questo il compito fondamentale spetta agli insegnanti che devono essere in grado di attivare, costruire, implementare nei bambini le capacità di identificare, gestire e modulare il loro mondo emozionale interno.

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Articolo di Giulia Piazza

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BIBLIOGRAFIA

Shaffer R. H, (2004), Psicologia dello sviluppo. Un’introduzione, Raffaello Cortina Editore

 

 

Separazione e figli minori: il diritto alla bigenitorialità e l’affidamento condiviso

Separazione e figli minori: il diritto alla bigenitorialità e l’affidamento condiviso

Nel precedente articolo abbiamo parlato dei killer seriali, oggi invece parleremo del tema della separazione e figli minori toccando i diversi aspetti dell’affidamento.

Vedremo insieme quanto oggi vi sia la tendenza a privilegiare l’affidamento condiviso, salvaguardando così il diritto alla bigenitorialità, tutelando sempre l’esclusivo interesse del figlio minore.

Separazione e figli: dall’affidamento esclusivo a quello condiviso

In tema di separazione e figli, la disciplina dell’affidamento dei minori in caso di rottura dell’unità familiare ha visto l’intervento di profonde trasformazioni: oggi si tende a preferire, in sede di giudizio, l’affidamento condiviso a quello esclusivo.

L’affidamento condiviso (o congiunto) comporta la partecipazione, in comune accordo, di entrambi i genitori al mantenimento, all’educazione e all’istruzione dei figli.

Dunque, in presenza di una separazione, l’esercizio di tali responsabilità prevede la realizzazione di un progetto educativo comune e condiviso che richiede una co responsabilità da parte di entrambi i genitori.

I figli, infatti, sono così affidati ad entrambi i genitori, e non esclusivamente ad uno di essi.

In passato, invece, di norma il giudice affidava il figlio in via esclusiva a quello dei genitori (solitamente la madre) che meglio pareva essere in grado di seguirne il processo di sviluppo tenendolo presso di sé.

La Legge 54/2006: il diritto di bigenitorialità

La legge n. 54/2006 ha capovolto il sistema e le prassi previgenti, introducendo un nuovo principioil diritto alla bigenitorialità.

Con il termine bigenitorialità si intende la partecipazione attiva, di entrambi i genitori, nel progetto educativo di crescita e assistenza dei figli, in modo da creare un rapporto equilibrato che in nessun modo risenta dell’evento della separazione.

Con questa nuova legge il figlio non è più oggetto di spartizione, ma è soggetto del diritto di continuare a ricevere da entrambi i genitori affetto, cura, mantenimento, educazione ed istruzione, a prescindere dalla rottura dell’unità familiare.

Cambia così del tutto l’ottica dell’affidamento nel tema di separazione e figli: l’affidamento condiviso deve essere preferito a quello esclusivo, salvo casi particolari lasciati alla discrezione del giudice.

Si cerca infatti di privilegiare quello condiviso in quanto permette al minore di mantenere un rapporto equilibrato e sereno con entrambi i genitori.

Inoltre si cerca di responsabilizzare al massimo entrambi i genitori, sugli aspetti relazionali ed economici, nell’esclusivo interesse del figlio.

 

Separazione e figli: quale tipologia di affidamento

Il giudice deve adottare l’affidamento congiunto solo se valuta che è la scelta migliore nell’interesse morale e materiale dei figli.

Se, infatti, vi sono ragioni gravi per le quali non è possibile adottare l’affidamento congiunto, si deve optare sull’affidamento esclusivo ad un solo genitore o addirittura l’affidamento ad una terza persona.

La decadenza della responsabilità genitoriale di un genitore può fare venir meno la bigenitorialità.

Il giudice, per realizzare il principio di bigenitorialità nei casi di separazione e figli, deve adottare i provvedimenti con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale dei figli.

In particolare il giudice deve validare i seguenti provvedimenti:

  • Valuta prioritariamente la possibilità di affidare i figli minori ad entrambi i genitori, oppure stabilisce a quale di essi affidarli;
  • Determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore;
  • Fissa la misura ed il modo con cui ciascun genitore deve contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli;
  • Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole.

L’affidamento condiviso rappresenta la regola e quello esclusivo l’eccezione: spetta al giudice valutare tutti gli aspetti per prendere la decisione più idonea nell’esclusivo interesse del figlio.

Nei casi di separazione e figli, il giudice per decidere può avvalersi di un Consulente Tecnico di Ufficio o di un Consulente Tecnico di Parte.

In un procedimento giudiziario ognuna delle parti coinvolte può avvalersi di un consulente (CTP), nominato dall’avvocato.

Il giudice, infatti, assegna alle parti il termine per la nomina del loro Consulente Tecnico di Parte.

La figura del consulente tecnico è sempre più richiesta ed assume un ruolo fondamentale per la risoluzione di questioni complesse che dipendono da valutazioni di carattere tecnico.

Il consulente tecnico di parte, dunque, è un libero professionista, di regola operante in un determinato campo tecnico/scientifico, al quale una parte in causa conferisce un incarico con il titolo di esperto.

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Articolo di Giulia Piazza

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BIBLIOGRAFIA

Moro A. C, (2014), Manuale di diritto minorile, Zanichelli Bologna

Il killer seriale: 6 tipi e tratti comuni

Il killer seriale: 6 tipi e tratti comuni

Nell’articolo precedente ho effettuato una analisi degli omicidi seriali, citando una analisi approssimativa del caso di Ted Bundy, divenuto un famoso killer seriale del panorama americano e un caso studiato approfonditamente nelle aule di criminologia.

È in quell’articolo che ho citato dunque un caso pratico e ideale di killer seriale, che mi pongo come obiettivo di approfondimento in questo articolo.

Il killer seriale psicologico: la genesi

Le analisi relative la psiche del killer seriale possono essere molteplici e sicuramente riservate a chi studia in maniera approfondita la mente e i suoi crucci e non può essere osservata alle sole persone “comuni”, come definite dalla psicologia ingenua, ovvero i non addetti ai lavori.

Sicuramente possiamo fare una piccola parentesi sulle criminogenesi dei fatti commessi dal killer seriale, senza voler generalizzare, citando l’ambiente familiare in cui egli cresce.

È infatti da subito nelle mani dei genitori la responsabilità di svezzare e crescere un bambino sano da patologie narcisistiche, sadiche e violenze, ad esempio fornendo una solida e sicura base di amore e affetto.

I genitori che mostrano affetto con generosità ma anche forniscono regole chiare sui comportamenti da non osservare rappresentano un importante modello di esempio e educazione.

Il bambino che non ha ricevuto cure e attenzioni materne, ad esempio, può essere più portato ad entrare in contatto con fattori di rischio sul comportamento deviante e a sviluppare problemi emotivi e relazionali.

Se un bambino non si sente amato può crescere non amando sé stesso ma anche non potendo amare gli altri e riconoscere i loro sentimenti genuini.

Al contrario, un bambino a cui non sono state date regole, attenzioni, vincoli, può diventare un despota maniaco del controllo verso sé stesso e verso gli altri.

Garantire un ambiente sano, protetto, attento alle regole, ad una educazione democratica, partecipativa, autorevole, presente è sempre un’ottima base per favorire lo sviluppo di un bambino, e futuro adulto, felice e sereno.

Killer seriale: campanelli d’allarme

  • La condotta e patologia narcisistica, come visto in Ted Bundy, può rappresentare un fattore comune nel killer seriale che commette diversi atti violenti;
  • I sentimenti di invidia possono essere tipici del killer seriale;
  • Il killer seriale può essere predisposto, per differenti ragioni, a controllare le sue vittime prima di ucciderle, per mostrare la propria forza e superiorità;
  • Il killer seriale non riconosce le emozioni altrui, non è empatico, è incapace di riconoscere le emozioni e può non provare alcun senso di colpa dopo gli atti violenti;
  • Il killer seriale esternalizza la colpa verso l’oggetto di odio e distruzione, egli lo ha provocato, è contro etica e morale e va eliminato, non è meritevole di vivere, oppure la responsabilità degli atti violenti viene rimandata a voci, richiami esterni, forze non controllabili;
  • Il killer seriale mette in pratica delle tecniche di neutralizzazione della vittima, teorizzate da diversi sociologici studiosi di criminologia e trattati in articoli precedenti: la vittima viene deumanizzata, ridotta a cosa, oggetto, per rendere più facile il disimpegno morale della sua uccisione.

Il killer seriale nella storia

Da Jack lo Squartatore e Ted Bundy, diversi sono i casi noti sui libri di letteratura criminologica e tanti altri più recenti e di nicchia, i casi riportati dalle cronache nere dei telegiornali.

Voglio qui citare alcuni casi più conosciuti di killer seriale patologico:

1. John Wayne Gacy

Gacy, anche conosciuto come il Clown Killer, è un killer seriale operativo tra gli anni 1972 e 1978, accusato di avere eseguito molteplici omicidi negli Stati Uniti, nello stato dell’Illinois.

Arrestato nel 1978, è stato accusato di avere rapito, torturato, sodomizzato e ucciso 33 vittime, tutti adolescenti di sesso maschile, sepellendo i corpi sotto la propria abitazione o conservandole nella propria cantina.

Gacy venne catturato in seguito ad un errore nell’occultare il corpo di una delle sue vittime.

Sposato, il killer seriale Gacy nascondeva una doppia vita: socialità e una grande intelligenza si univano a tratti psicopatologici relativi al sadismo, il narcisismo, antisocialità e un disturbo istrionico di personalità.

Nel 1994 Gacy venne condannato a morte e giustiziato.

2. David Berkowitz

Il killer seriale David Berkowitz, conosciuto anche con i soprannomi Figlio di Sam, uccise 6 persone, con colpi di arma da fuoco, negli anni tra il 1976 e il 1977 nella città americana di New York.

Berkowitz scoprì solo tardi la verità sulla sua famiglia, ovvero di essere figlio adottivo, sviluppando però già fin dagli anni più teneri la passione per i furti e la piromania.

Scaltro e ingegnoso, Berkowitz rimane famoso per le sue lettere indirizzate agli agenti di polizia, scritte con la volontà di portarli fuori pista.

Venne arrestato nel ’77 e condannato a 6 ergastoli; confessò di avere eseguito degli ordini di un demone.

3. Ed Kemper

Ed Kemper operò in California, Stati Uniti, negli anni tra il 1972 e il 1973, uccidendo con colpi di arma da fuoco, armi bianche e strangolamento, almeno 10 vittime.

Conosciuto come il killer delle studentesse, Kemper uccise i suoi nonni quando aveva appena 15 anni.

In seguito, il killer seriale uccise la madre, un’altra donna e 6 ragazze che praticavano autostoppismo.

Il rapporto congelato con la madre alimentava i suoi sentimenti di odio, Kemper è studiato per il proprio modus operandi altamente sadico: egli usava nascondere le proprie vittime nel suo appartamento, ne abusava e sezionava i corpi, utilizzandone delle parti per i propri scopi necrofili.

4. Gianfranco Stevanin

Per tornare in Italia, Gianfranco Stevanin viene arrestato nel 1994 per avere commesso almeno 5 omicidi nella regione Veneto, tra il 1993 e il 1994.

Nel 1996, dall’analisi delle sue confessioni, emerge la storia dell’uccisione di 4 donne, uccise per sbaglio durante rapporti sessuali estremi; il killer affermò di non avere agito con premeditazione bensì in una totale incoscienza.

5. Donato Bilancia

Donato Bilancia fu incarcerato a vita prima a Potenza e poi a Padova, reo di avere commesso omicidi multipli seriali a danno di 17 vittime, nella regione Liguria, tra gli anni 1997 e 1998.

Il killer seriale era anche soprannominato killer dei treni, killer con la paura del sangue, ossessionato dal numero 32.

Un killer seriale complesso, con diverse sfacettature, interessante da approfondire; con diversi modus operandi a seconda della vittima che premeditava di colpire, con uno schema ripetitivo: ideazione, sopralluogo, approccio alla vittima, azione omicida e trasferimento del corpo.

Diverse le motivazioni, diverse le vittime. Complessa l’analisi della sua personalità.

Il killer seriale delle prostitute o Mostro della Liguria si dedicava ad una attività omicida compulsiva, uccidendo con colpi di pistola.

Ciò che i criminologi hanno sottolineato nelle loro analisi a carico di Donato Bilancia è il complesso e doloroso rapporto con il padre, dunque si ripresenta, nuovamente, la variabile genitoriale come variabile comune nelle sofferenze dei killer seriali.

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Articolo di Martina Petrucciani

Omicidi seriali: Ted Bundy e fattori di analisi

Omicidi seriali: Ted Bundy e fattori di analisi

Per prendere in esame le modalità esecutive e i moventi alla base degli omicidi seriali è possibile prendere in causa un esempio pratico, famoso e conosciuto, per raccontare alcuni aspetti comuni di analisi relativi agli omicidi di massa.

Non si vuole in questa sede, e non si può, essere esaustivi nella trattazione di moventi e cause degli omicidi seriali: la criminogenesi e la criminodinamica degli omicidi seriali devono essere studiate approfonditamente caso per caso.

L’analisi che voglio presentare in questo articolo si basa su solo alcune osservazioni relative caratteri comuni ad alcuni killer psicologici seriali: tratti di narcisismo, antisocialità, emozioni di odio, invidia, che portano all’uccisione.

Ted Bundy: analisi degli omicidi seriali di un killer

Nel ripresentare il caso del famigerato Ted Bundy, ricordiamo le modalità esecutive dei delitti in cui, tra il 1974 e il 1978 Ted Bundy uccise almeno 30 donne.

Le vittime di Bundy venivano scelte tra giovani e belle donne che lui uccideva, distruggeva, come fosse un modo per possederle, perché attratto da esse.

Se io uccido ciò che non posso avere, si capisce bene cosa muove, nel caso in esame, il killer, ad uccidere donne simili tra loro, con tratti comuni e particolarmente attraenti per lui che distrugge.

Gli omicidi seriali di Ted Bundy possono avere come filo conduttore, da una analisi comportamentale criminologica, la patologia narcisistica dell’esecutore, confermata dalla personalità di Bundy, come testimoniano alcuni documentari relativi le sue confessioni dal carcere.

Il disturbo narcisistico di personalità racconta che il narcisista presenta il timore costante che gli altri possano notare le sue fragilità e, per questo, può essere assalito da una grande vergogna, anche e soprattutto in contesti intimi e relazionali, aggiungo in qualità di autrice.

I sentimenti di fragilità e insicurezza personale percepiti e propri del narcisista vengono nascosti da meccanismi quali l’idealizzazione di sé.

Nell’esecuzione dei suoi omicidi seriali, Ted Bundy mostra il rammarico e il risentimento verso ciò che non può avere, mostra i desideri che lo rendono frustrato poiché irraggiungibili.

Il sentimento di invidia nei confronti dell’oggetto desiderato che non si può raggiungere può provocare dolore, distacco, nervosismo, ansia, portare ad aggressività, in un soggetto già psicologicamente alterato o malato.

Negli omicidi seriali perpetrati da Ted Bundy, le donne oggetto di desiderio vengono spiate da lontano, seguite, scelte accuratamente, come un invidioso scruta l’oggetto che, non potendo avere, comincia ad odiare fino a volerlo distruggere.

L’invidia porta all’aggressività e all’acting out quando essa diventa un fardello troppo grande da portare, sfocia in disagio per la persona, sentimenti continuativi di inferiorità che mal si conciliano, ad esempio, con una personalità narcisistica, in cui obiettivo della persona è ostentare la propria forza e mostrare la propria superiorità.

L’invidia negli omicidi seriali esiste altresì nelle fiabe e nella letteratura.

È Dante Alighieri a condannare al suo Inferno, nel canto dodicesimo, i violenti contro il prossimo, destinandoli al primo girone del settimo cerchio dell’Inferno.

Altresì colloca nel Purgatorio, nel tredicesimo Canto, gli invidiosi, rappresentati con le palpebre cucite con il fil di ferro, definendo l’invidia come un’esplosione di cattivi sentimenti, una fame che ti consuma l’anima.

Invidia può dunque essere presupposto psicologico ed emotivo per commettere omicidi seriali, come nel caso citato.

Nelle favole, è la strega di Biancaneve che, spinta da una motivazione narcisistica, e qui richiamo all’attenzione nuovamente gli omicidi seriali di Bundy, vuole distruggere l’oggetto e il soggetto della sua invidia: la bellezza della principessa, che non potrà mai avere.

Gli omicidi seriali di Ted Bundy possono essere ricondotti alle tipologie di omicidio passionale, causando nel soggetto fonti di infelicità, risentimento, odio, aggressività fisica violenza fino alla distruzione e dunque l’assassinio.

Narcisismo, invidia, controllo negli omicidi seriali

I trattati di psicopatologia e psichiatria forense si rifanno al concetto di invidia primitiva per raccontare come può nascere una volontà omicida, per eseguire omicidi seriali.

Come detto, non solo il soggetto narcisista è predisposto, nell’insieme di altre variabili di rischio, ad eseguire atti violenti sugli altri, bensì, sentimenti di invidia possono essere presenti anche in soggetti antisociali.

Il soggetto antisociale, infatti, prova invidia definita di tipo primitivo, nei confronti di ciò che a loro manca di più, emozioni e sentimenti positivi di amore, affetto, che dunque viene disprezzato con l’intento di distruggerlo, proprio perché assente esso viene invidiato e desiderato.

Bambini che non sono stati amati e accuditi hanno più probabilità di altri di incorrere in patologie antisociali e di invidiare per tutta la vita la serenità emotiva e gli affetti degli altri, anche portando a comportamenti devianti e omicidi seriali.

Ted Bundy, come altri omicidi seriali, cerca di mantenere un controllo psicologico sulla propria vittima.

Atti di sadismo, vendetta punitiva dettata da sentimenti di rabbia, vengono messi in atto dagli omicidi seriali per controllare le proprie vittime, anche per lunghi tempi prima di ucciderle, per poter così mantenere e dimostrare, finalmente, un controllo su di esse, ovviamente potendo anche scatenare e sfogare la propria rabbia repressa.

È una sorta di punizione quella perpetrata dal killer seriale verso le proprie vittime, oggetto di invidia dal non potere essere godute, vissute, possedute.

È sempre importante sottolineare che nell’omicidio plurimo, come nei casi di:

  • Mass murder;
  • Spree murder;
  • Serial killer.

Vi possono essere differenti motivazioni specifiche e moventi, che risiedono molto spesso nella psiche soggettiva dell’individuo che mette in atto la violenza.

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Articolo di Martina Petrucciani

Omicidio passionale: 2 tipologie

Omicidio passionale: 2 tipologie

Se parliamo di omicidio passionale richiamiamo alla mente tanti casi di cronaca che i mass media ci riportano con frequenza nei telegiornali; spesso, dietro ad un caso irrisolto di sparizioni, si nasconde una macabra storia di omicidio passionale.

Omicidio passionale: definizione

Come da definizione, l’omicidio passionale è un atto effettuato da un partner sull’altro, in seguito o in risposta a eventi come tradimenti, abbandoni, rifiuti, separazioni.

Per la psicologia, ciò che muove in direzione di un tale efferato atto, può essere un istinto primitivo di distruzione insito in un soggetto che prova, verso un altro, sentimenti distruttivi come odio, risentimento, rancore.

Dai sentimenti di rabbia intensi, infatti, può sorgere il desiderio di agire, di fare qualcosa, di passare all’azione attraverso atti di aggressività psicologica, fisica, che possono sfociare nel cosiddetto omicidio passionale.

Analisi dell’ omicidio passionale

Chi si macchia di un reato come l’omicidio passionale può provare un sentimento di invidia in seguito ad una perdita.

La perdita della persona cara, in seguito al suo rifiuto di stare ancora insieme, la perdita dello status di padre o marito o compagno, fa vacillare i sentimenti di dignità personale, orgoglio, sicurezza, trasformandosi in emozioni di invidia:

Distruggo ciò che desidero ma non posso avere”.

Chi commette un omicidio passionale vuole assicurarsi che la propria vittima, l’amore perduto, non appartenga a nessun altro né ami qualcun altro da sé stesso.

Omicidio passionale e De Greef

Etienne De Greef, famoso criminologo belga fondatore dei due concetti cardine dell’analisi criminologica, la criminogenesi e criminodinamica, elabora il concetto di pericolosità del reo, da intendere come momento di crisi della personalità, un equilibrio instabile che precede il passaggio all’atto, cioè il momento in cui l’autore passa alla fase esecutiva.

De Greef individua due fasi che possono susseguirsi nell’omicidio passionale:

  1. Il tentato suicidio; la persona abbandonata prova sentimenti di colpa, umiliazione, si sente depressa fino al punto di minacciare di farla finita, si isola, non ha più interessi, mette in pericolo la propria vita in differenti modi, minaccia di procurarsi del dolore o farsi del male;
  2. L’omicidio; il soggetto che si trova in uno stato psicologico di depressione e minaccia il suicidio può, in certi casi, arrivare all’atto di omicidio passionale, anche avvicinando la propria vittima per un’ultima spiegazione.

Elementi facilitanti un omicidio passionale

L’omicidio passionale è favoreggiato da determinate variabili, quali:

  1. In caso di scoperta di tradimento in flagrante, il soggetto può essere colto da una folle rabbia narcisistica incontrollata, provare sentimenti di vendetta e umiliazioni tali da commettere l’omicidio passionale, anche in assenza di precedenti penali;
  2. Nei casi di abbandono anche dopo molto tempo, quando il soggetto ha perde il controllo della situazione amorosa e, anche per periodi prolungati, mette in atto atti di stalking o persecutori nei confronti dell’ ex partner, fino a sfociare in omicidio passionale ritardato;
  3. Comportamenti violenti ripetuti, minacce, violenza psicologica, incapacità del soggetto di porre fine al dolore post abbandono e i sentimenti di gelosia verso la nuova vita dell’ex partner, sono campanelli d’allarme verso un ritardato possibile atto di omicidio passionale.

Tipologie di omicidio passionale

Omicidio passionale predatorio

Il killer o assassino predatorio è una persona che generalmente ha precedenti penali, storie di abusi di droghe o alcol; un esempio è il caso di un furto in appartamento che sfocia in aggressione sessuale ai danni di una vittima casualmente presente nel momento del furto. Il predatore, se rifiutato, può commettere un atto di omicidio passionale.

Omicidio passionale erotomane

Il killer o assassino erotomane si convince di avere una relazione con una partner solo per il fatto di avere scambiato qualche chiacchiera insieme, si costruisce una storia ossessiva in cui continua, non ricambiato, a corteggiare l’altro compulsivamente. Il rifiuto, può portare ad atti di omicidio passionale.

Tanto altro si potrebbe aggiungere in merito alle analisi differenziali per meglio comprendere come un atto di omicidio passionale può verificarsi, in assenza o in presenza di patologie psichiatriche.

Attenzione al comportamento violento

I comportamenti violenti non sempre sono pericolosi né sempre vanno ricondotti a possibili comportamenti contro legge o contro la persona.

Tante sono le variabili da analizzare quando si osserva un comportamento a rischio: patologie preesistenti, presenza di stress familiari, conflitti, sentimenti negativi prolungati, violenze pregresse, minacce, dipendenze, assenza di contatti sociali e stimoli positivi, per citarne alcune.

Il comportamento violento è determinato da differenti fattori che possiamo semplificare così:

  • Fattori biologici e malattie schizofreniche o psicotiche;
  • Fattori sociali come l’appartenenza ad una subcultura criminale;
  • Fattori economici e motivazionali, il movente non può mai essere sottovalutato;
  • Comportamenti fisici, psicologici, predatori, verbali su persone, cose, animali, proprietà;
  • Gravità della violenza, dalle lesioni all’omicidio o suicidio.

Per la criminologia è un dovere sottolineare la non correlazione tra il comportamento violento e la malattia mentale.
Non vi è sicurezza di correlazione tra un disturbo mentale e un comportamento violento in generis.

Vi è unità tra gli studiosi, oramai, che l’affermazione per cui “i malati di mente sono pericolosi” è una sbagliata generalizzazione; vi sono, infatti, soggetti e categorie di persone più pericolose dei malati di mente e non sempre chi agisce atti violenti, mostra patologie psicologiche.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA

Nivoli G. & al. (2019), Psichiatria Forense, Piccin.

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