Crimini informatici

Crimini informatici

Il progresso tecnologico è da sempre il principale motore di innovazione e cambiamento nel nostro mondo, e in questo articolo tratteremo le conseguenze dell’invenzione che ha sconvolto le nostre abitudini e il modus operandi di quasi tutte le attività umane: internet e i crimini informatici.

La rete invisibile che collega l’intero globo (o quasi) ha comportato un cambiamento senza precedenti, insinuandosi in tutti gli ambiti della vita umana: non è un caso, dunque, che per riferirsi all’avvento di internet si parli di “rivoluzione digitale”.

Come sempre, le rivoluzioni stravolgono – in un modo o nell’altro – il modo di intendere le società, rivedendo i fondamentali paradigmi che le costituiscono; tuttavia, propongono sfide onerose per l’adattamento alla novità, soprattutto per quanto concerne l’ambito più trasversale tra tutti: il diritto.

L’era digitale presenta non poche difficoltà poiché, in un modo prima impensabile, offre la possibilità di compiere atti lesivi attraverso modalità del tutto nuove, i cosiddetti “crimini informatici”.

Il diritto penale, in particolare, ha visto un cambiamento drastico soprattutto riguardo ai diritti da tutelare: l’unica via per adattarsi alla rivoluzione è quella di prevedere, ex novo, delle fattispecie di reato in linea con i nuovi modi di ledere i diritti costituzionalmente tutelati e, di conseguenza, “aggiornare” l’estensione di tali diritti anche al mondo informatico.

 

Tutela dei diritti e crimini informatici

Il primo metodo per efficacia da esperire per la tutela dei diritti dei cittadini nell’era digitale, è sicuramente quello di prevedere autonome e nuove fattispecie di reato che puniscano l’autore di crimini informatici.

La lotta ai crimini informatici iniziò, in realtà, già all’inizio degli anni 80: la prima condanna per crimini informatici negli Stati Uniti, dove si stava diffondendo a macchia d’olio il fenomeno “hacking”, avvenne nel 1983 con il caso dei 414’s nel Milwaukee. In tal caso, sei adolescenti fecero irruzione in sistemi informatici di prestigio, tra cui il Los Alamos National Laboratory, il Memorial Sloan-Kettering Cancer Center e il Security Pacific Bank.

In Europa, l’esigenza di punire i crimini informatici emerse non molto tempo dopo, tanto che, il 13 settembre 1989, il Consiglio d’Europa emanò una Raccomandazione sulla Criminalità Informatica dove venivano discusse le condotte informatiche abusive. I reati vennero divisi in due liste: la lista minima, contenente quelle condotte che gli Stati sono invitati a perseguire penalmente, e la lista facoltativa, che concerne invece condotte “solo eventualmente” da incriminare.

Alcuni esempi dei reati con obbligo di punibilità previsti dalla lista minima sono:

  • La frode informatica, cioè l’alterazione di un procedimento di elaborazione di dati con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto;
  • Il falso in documenti informatici;
  • Il sabotaggio informatico;
  • L’accesso abusivo, associato alla violazione delle misure di sicurezza del sistema;
  • L’intercettazione non autorizzata.

Esempi dei crimini informatici previsti dalla lista facoltativa sono, invece:

  • L’alterazione di dati o programmi non autorizzata, sempre che non costituisca un danneggiamento;
  • Lo spionaggio informatico, inteso come la divulgazione di informazioni legate al segreto industriale o commerciale;
  • L’utilizzo non autorizzato di un elaboratore o di una rete di elaboratori;
  • L’utilizzo non autorizzato di un programma informatico protetto, abusivamente riprodotto.

 

Come richiamato in precedenza, però, il processo di adattamento alle grandi innovazioni è spesso lungo e tortuoso, giacché gli ambiti in cui un nuovo tipo di criminalità opera cresce man mano che la novità si diffonde, diventando sempre più accessibile.

In tempi molto più recenti, è stato dato rilievo ai profili critici della tutela dei diritti dai crimini informatici, costituendo nuove fattispecie di reato che tipizzano numerose condotte illecite dell’era digitale.

Un aspetto fondamentale che viene considerato è quello della tutela della privacy, uno dei diritti tutelati dal nostro ordinamento che più spesso viene compromesso su internet.

In linea con gli sconcertanti fatti di cronaca che riguardano anche grandi multinazionali, come lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica, emerge in modo sempre più lampante come i dati sensibili inseriti – a volte a cuor leggero – dagli utenti dei servizi di rete costituiscano senza ombra di dubbio una delle merci di scambio più di valore in assoluto.

Numerosi sono, infatti, i crimini informatici che riguardano l’appropriazione di dati personali allo scopo di trarne un ingiusto profitto: il Phishing, ad esempio, è un tipo di truffa effettuata su Internet attraverso la quale un malintenzionato cerca di ingannare la vittima convincendola a fornire informazioni personali, dati finanziari o codici di accesso, fingendosi un ente affidabile in una comunicazione digitale.

Rilevano poi altre condotte criminose atte a violare la privacy di una persona, al fine di lederne la dignità e la sicurezza: oltre al cyberstalking, nel recente testo normativo chiamato anche “Codice Rosso” viene formulato il delitto di “diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate” (cd. revenge porn), aggravato se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, ovvero mediante l’impiego di strumenti informatici.

Esistono poi delle minacce sempre più pericolose poiché spesso normalizzate, come il bullismo online (cyberbullismo), nonché numerosi esempi di diffamazione e istigazione alla violenza attraverso i social, terribilmente deleteri perché difficili da contenere e controllare.

Infine, un altro esempio di come la comunicazione globale possa essere incredibilmente dannosa quando utilizzata a sproposito è quello dell’istigazione all’autolesionismo e addirittura al suicidio, soprattutto tra i giovanissimi.

Così come internet consente la rapidissima diffusione di messaggi positivi, accesso all’informazione e alla comunicazione a distanza, è altrettanto facilitata la perpetrazione di abusi psicologici che spesso colpiscono persone già fragili o giovanissimi, sprovvisti del tutto o in parte degli strumenti necessari per difendersi dai malintenzionati.

In tempi recenti è divenuta tristemente famosa la “Blu Whale Challenge”, una perversa sfida rivolta a chiunque venisse in contatto con post online a riguardo, che si sostanzia (dal punto di vista penalistico) nell’istigazione all’autolesionismo e al suicidio.

Nonostante la difficoltà nel considerare fenomeni di questo tipo come reali e attuali pericoli per i membri della società, in moltissimi paesi del mondo sono stati riportati eventi drammatici connessi alla pratica.

La sfida, infatti, si proponeva di convincere l’utente ad adottare una serie di malsane abitudini, da attuare obbligatoriamente inviando prove fotografiche al c.d. “curatore”, il soggetto responsabile delle istruzioni impartite al target dell’abuso.

Le regole prevedevano una calcolata serie di azioni atte a demolire la psiche del partecipante, spingendolo a perdere sempre di più il contatto con la realtà, instillando nella sua mente l’idea del suicidio. Le istruzioni previste per continuare con successo la challenge erano, per esempio, praticare con continuità lesioni sul corpo con lamette o coltelli, svegliarsi alle 4 del mattino per visionare video dal contenuto psichedelico o spaventoso inviati direttamente dal curatore, raggiungere il tetto di un edificio altissimo o un ponte, tagliare tutti i contatti sociali e parlare solo con altri partecipanti della challenge e, in ultimo, prendersi la propria vita saltando dal tetto di un palazzo.

Insomma, è chiaro come i crimini informatici possibili con la rete internet vadano molto più in profondità rispetto agli ambiti più comunemente considerati “a rischio”, come l’aspetto economico.

Internet ci ha fornito i mezzi per essere sempre più vicini ed informati, ci assiste nello svolgimento delle attività quotidiane e ci permette di considerare l’isolamento territoriale, prima d’ostacolo nei più svariati modi, come un ricordo lontano.

È però fondamentale ricordarsi che, purtroppo, per ogni innovazione c’è il retro della medaglia: in un oceano di persone senza nome siamo tutti potenziali prede di carnefici invisibili e, per quanto comuni, per quanto difficilmente perseguibili, certi raccapriccianti comportamenti non possono e non devono essere normalizzati. Mai.

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Articolo di Valentina Grazzi

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SITOGRAFIA

Legge 231/01

Legge 231/01

Il Decreto Legislativo 231/2001, comunemente chiamato anche legge 231/01, riporta come segue:

“Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”

 

La Legge 231/01

Nel nostro ordinamento giuridico i capisaldi che guidano per il funzionamento dello Stato si rinvengono nella Carta Costituzionale e nel diritto penale, uno dei fondamenti è sancito dall’art. 27: “la responsabilità penale è personale”, ovvero di un illecito penale risponde solo il soggetto agente.

E se un reato fosse commesso da una persona fisica appartenente ad un ente o ad una persona giuridica, non viene spontaneo chiedersi se possa sorgere una responsabilità in capo all’ente?
La risposta, negativa, è fornita dal brocardo latino “societas delinquere non potest”.

Ciononostante, il progressivo incremento di illeciti penali consumati da persone fisiche per favorire enti o persone giuridiche ha condotto il Parlamento a scrivere la Legge Delega 300/2000, indirizzata al Governo affinché redigesse un testo normativo che disciplinasse la responsabilità amministrativa degli enti dipendente da reato commesso da un loro membro: la legge 231/01.

Il legislatore ha voluto puntare direttamente al nucleo delle organizzazioni complesse, le imprese, adottando come ratio legis da una parte la prevenzione del rischio-reato, implementando l’adozione di regole interne di comportamento; dall’altra l’autoregolamentazione interna delle imprese, adottando modelli di gestione e controllo per beneficiare dell’esenzione di responsabilità ove un singolo commetta un reato nell’interesse o a vantaggio della società.

Le regole di comportamento si sostanziano in modelli di gestione, organizzazione e controllo, la cui adozione – preventiva rispetto al verificarsi delle condizioni previste dagli artt. 6 e 7 della legge 231/01 – può far sì che l’ente vada esente da responsabilità e sanzioni.

L’ente si trova a rivestire il doppio ruolo di promotore della legalità e suo garante nell’impresa: infatti, solo la predisposizione di effettivi programmi di prevenzione e riduzione del rischio-reato può determinare la dissociazione tra la responsabilità (colpevolezza) della persona fisica e quella dell’ente collettivo nel cui interesse la prima ha agito.

Con questo approccio, la legge 231/01 sancisce il superamento del principio “societas delinquere non potest”.

L’adozione dei modelli: una sottile linea tra facoltà e obbligo

Secondo quanto trattato finora, l’adozione di suddetti modelli sembrerebbe una libera scelta di convenienza per le imprese: sul tema, tuttavia, sono emerse opinioni contrastanti.

Il tenore letterale degli artt. 6 e 7 ed il contenuto della relazione governativa della legge 231/01 permettono di considerare l’adozione del modello come una mera facoltà, la cui inottemperanza però comporta la mancata esenzione dalla responsabilità. Dunque, più precisamente, un onere.

Parte della dottrina concorda con questa visione, considerando l’adozione del modello come un onere da assolvere qualora si intenda andare esenti dalla responsabilità per reati commessi dai singoli nell’interesse o a vantaggio dell’impresa.

Un orientamento più recente, invece, lo descrive come un adempimento di carattere obbligatorio soprattutto per coloro che sono chiamati ad amministrare la società: in ossequio al principio di adeguatezza espresso dalla novellata disciplina delle società, ciascuna fase dell’attività sociale dovrebbe essere formalizzata in un procedimento oggetto di verifiche preventive in merito all’adeguatezza e di continui controlli volti a verificarne la corretta applicazione.

Secondo quest’orientamento l’adozione del modello è inevitabile, e la mancata predisposizione potrà valere come inadempimento degli amministratori in termini di responsabilità e, prima ancora, quale giusta causa di revoca ex art. 2383 c.c., quale grave irregolarità denunciabile ai sensi dell’art. 2409 c.c. e quale fatto censurabile suscettibile di essere segnalato all’organo di controllo ai sensi dell’art. 2408 c.c.

Pare condividere quest’orientamento anche la giurisprudenza civile, condannando in alcuni casi al risarcimento del danno l’amministratore di una società di capitali, priva del modello di cui agli artt. 6 e 7, per l’importo che la società stessa ha dovuto corrispondere in termini di sanzione pecuniaria per la responsabilità da illecito amministrativo dipendente da reato.

Auto-organizzazione delle imprese e modelli di prevenzione rischio-reato

Secondo questo assetto normativo, l’Ente è gravato da un dovere di auto-organizzazione che si esplicita anzitutto nella predisposizione di modelli di prevenzione del rischio-reato.

Questi modelli consistono in programmi di autodisciplina le cui finalità sono:

  • Realizzare una mappatura delle aree esposte al rischio-reato, individuando i soggetti più esposti al rischio;
  • Individuare regole cautelari idonee alla riduzione del rischio-reato;
  • Predisporre adeguati meccanismi di controllo sulla funzionalità del modello e sulla necessità di adeguamenti;
  • Prevedere un sistema disciplinare rivolto a sanzionare i comportamenti devianti, implementato da meccanismi di scoperta/chiarimento degli illeciti.

Il presupposto per un’efficace adozione dei modelli è quello di verificarne ex ante l’idoneità ad elaborare meccanismi di decisione e controllo, al fine di ridurre significativamente l’area del rischio-reato. A tal scopo è necessario un costante aggiornamento per fronteggiare, per fare alcuni esempi, la decisione del legislatore di implementare il catalogo dei reati-presupposto, un mutamento organizzativo interno all’ente, oppure quando sia stato commesso un reato nell’interesse o a vantaggio dello stesso, o ancora il caso in cui venga individuata un’ulteriore situazione di rischio prima mai considerata.

Il contenuto sostanziale dei modelli, infine, si articola in due parti: una Parte Generale ed una Parte Speciale, legate dalla funzione di controllo e vigilanza svolta dall’Organismo di Vigilanza.

 

La Parte Generale

La Parte Generale inquadra l’assetto organizzativo della società, identificandone i maggiori rischi e predisponendo una adeguata strategia per rimuoverli.

Un contenuto fondamentale in questa parte sarà la descrizione delle funzioni e dei margini operativi dell’organo di Internal Auditing (il cui ruolo costituisce un’applicazione del principio di segregazione del controllo dalla gestione) e la regolamentazione del Codice etico, delle attività di formazione e del sistema disciplinare.

 

La Parte Speciale

La Parte Speciale, invece, prevede la mappatura delle attività a rischio-reato mediante l’individuazione delle aree potenzialmente a rischio, la rilevazione e valutazione del grado di efficacia dei sistemi di controllo esistenti e la descrizione delle possibili modalità di consumazione dei reati. Questa sezione prosegue, poi, con la catalogazione dei reati-presupposto, la procedimentalizzazione del sistema decisionale (contraddistinta da una frammentazione delle competenze e della polverizzazione dei centri decisionali) ed il grado di accettabilità del rischio c.d. residuale rispetto alla legge 231/01, che prefigura, normativamente, il rischio tollerabile.

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Articolo di Valentina Grazzi

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SITOGRAFIA

Pracert.com – La ratio del modello di gestione e controllo previsto dal D. Lgs. 231/01

Come diventare buttafuori

Come diventare buttafuori

Ai fini della definizione delle tipologie di attività e dei requisiti minimi di qualità dei servizi di investigazione, la legge individua diverse tipologie di attività di indagine, tra cui quella della “Security” privata presso eventi, esercizi commerciali, locali e discoteche: la celeberrima figura che in gergo viene chiamata “buttafuori”. Continua nella lettura di questo articolo se sei interessato a scoprire come diventare buttafuori!

Invero, la norma che si occupa di definire i tratti di questa figura (D.M. Interno 6 ottobre 2009) precisa che la nomenclatura corretta è “Addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e spettacolo in luoghi aperti al pubblico e nei pubblici esercizi”.

È specificato dal decreto l’ambito di applicazione della disciplina, circoscritto alle attività di intrattenimento e di pubblico spettacolo nei luoghi aperti al pubblico; nei pubblici esercizi; negli spazi parzialmente e temporaneamente utilizzati a fini privati, ma comunque inseriti in luoghi aperti al pubblico. 

 

Come diventare buttafuori: il Deecreto c.d. Maroni

Il testo del Decreto c.d. Maroni (dal nome del Ministro dell’Interno che l’ha promulgato), si sviluppa in otto articoli che enunciano requisiti, caratteristiche e impiego degli addetti alla sicurezza. Analizziamo dunque gli argomenti necessari per sapere come diventare buttafuori!

 L’articolo 1 introduce la necessità di requisiti per l’esercizio della professione e le modalità di selezione del personale addetto ai servizi di controllo. 

Condizione per l’espletamento di tali servizi è l’iscrizione all’elenco del personale addetto ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento e di spettacolo in luoghi aperti al pubblico o in pubblici esercizi, istituito presso ciascuna Prefettura – Ufficio territoriale del Governo. 

L’iscrizione nell’elenco è subordinata al possesso dei seguenti requisiti: 

  • Età non inferiore a 18 anni;  
  • Diploma di scuola media inferiore; 
  • Buona salute fisica e mentale, assenza di daltonismo, assenza di uso di alcool e stupefacenti, capacità di espressione visiva, di udito e di olfatto ed assenza di elementi psicopatologici, anche pregressi, attestati da certificazione medica delle autorità sanitarie pubbliche; 
  • Non essere stati condannati, anche con sentenza non definitiva, per delitti non colposi; 
  • Non essere stati sottoposti a misure di prevenzione, ovvero destinatari di provvedimenti che comportano il divieto di accesso ai luoghi dove si svolgono manifestazioni sportive; 
  • Non essere o essere stati aderenti a movimenti, associazioni o gruppi organizzati aventi tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione, all’odio o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi;
  • Superamento del corso di formazione di cui all’art. 3. 

In caso di perdita di uno o più requisiti previsti dal presente articolo, ovvero qualora il soggetto realizzi comportamenti in contrasto con le prescrizioni necessarie per l’abilitazione all’esercizio della professione, il Prefetto comunica l’avvenuta cancellazione dall’elenco all’interessato, al gestore delle attività di intrattenimento e di pubblico spettacolo o al titolare dell’istituto autorizzato per il divieto di impiego nei servizi disciplinati dal decreto Maroni. 

La domanda di iscrizione nell’elenco è presentata al Prefetto competente per territorio a cura del gestore delle attività di intrattenimento e di spettacolo, ovvero del titolare dell’istituto autorizzato da licenza prefettizia. 

L’elenco è sottoposto a revisione biennale ad opera del Prefetto, al fine di verificare il permanere dei requisiti degli addetti al controllo. A tal fine i soggetti, almeno un mese prima della revisione biennale, depositano, presso il Prefetto, la documentazione comprovante l’attualità dei requisiti. Il mancato deposito della documentazione suddetta nel termine sopra indicato comporta la cancellazione dell’iscrizione del personale interessato dall’elenco provinciale e il divieto di svolgimento dei compiti di cui al decreto Maroni.

Uno dei requisiti per l’iscrizione all’elenco è l’avvenuta partecipazione al corso di formazione del personale, da organizzarsi a cura delle Regioni, con ad oggetto le seguenti aree tematiche: 

  1. Area giuridica, con riguardo in particolare alla materia dell’ordine e della sicurezza pubblica, ai compiti delle Forze di polizia e delle polizie locali, alle disposizioni di legge e regolamentari che disciplinano le attività di intrattenimento di pubblico spettacolo e di pubblico esercizio;
  2. Area tecnica, con particolare riguardo alla conoscenza delle disposizioni in materia di prevenzione degli incendi, di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, di nozioni di primo soccorso sanitario;
  3. Area psicologico-sociale, avuto riguardo in particolare alla capacità di concentrazione, di autocontrollo e di contatto con il pubblico, alla capacità di adeguata comunicazione verbale, alla consapevolezza del proprio ruolo professionale, all’orientamento al servizio e alla comunicazione anche in relazione alla presenza di persone diversamente abili.

 

Come diventare buttafuori: principali attività svolte

Nell’esercizio dei compiti di controllo, il personale addetto svolge attività che comprendono: 

  • Controlli preliminari: 
  1. Attività di osservazione sommaria dei luoghi per verificare la presenza di eventuali sostanze illecite o oggetti proibiti, nonché di qualsiasi altro materiale che possa essere impropriamente utilizzato mettendo a rischio l’incolumità o la salute delle persone, con obbligo di immediata comunicazione alle Forze di polizia e alle altre Autorità o strutture pubbliche competenti; 
  2. Adozione di ogni iniziativa utile ad evitare che sia creato ostacolo o intralcio all’accessibilità delle vie di fuga e comunque a garantire il regolare svolgimento delle attività di intrattenimento; 

 

  • Controlli all’atto dell’accesso del pubblico: 
  1. Presidio degli ingressi dei luoghi di cui al precedente art. 4 e regolamentazione dei flussi di pubblico; 
  2. Verifica dell’eventuale possesso di un valido titolo di accesso qualora previsto e, nel caso di biglietto nominativo o di un’età minima prevista per l’accesso, verifica del documento di riconoscimento, e del rispetto delle disposizioni che regolano l’accesso; 
  3. Controllo sommario visivo delle persone, volto a verificare l’eventuale introduzione di sostanze illecite, oggetti proibiti o materiale che comunque possa essere pericoloso per la pubblica incolumità o la salute delle persone, con obbligo di immediata comunicazione alle Forze di polizia ed alle altre Autorità o strutture pubbliche competenti; 

 

  • Controlli all’interno del locale: 
  1. Attività generica di osservazione per la verifica del rispetto delle disposizioni, prescrizioni o regole di comportamento stabilite da soggetti pubblici o privati; 
  2. Concorso nelle procedure di primo intervento, che non comporti l’esercizio di pubbliche funzioni, né l’uso della forza o di altri mezzi di coazione o l’esposizione a profili di rischio, volto a prevenire o interrompere condotte o situazioni potenzialmente pericolose per l’incolumità o la salute delle persone. Resta fermo l’obbligo di immediata segnalazione alle Forze di polizia e alle altre Autorità o strutture pubbliche competenti, cui, a richiesta, deve essere prestata la massima collaborazione. 

 

Infine, per garantire il corretto esercizio della professione ed evitare abusi, gli artt. 6 e 7 del decreto Maroni prevedono dei limiti la cui conoscenza è fondamentale per chi vuole sapere come diventare buttafuori: 

  • Divieto dell’uso delle armi: nell’espletamento delle attività, gli addetti al servizio di controllo, pur se titolari di licenza per il porto d’armi, non possono portare armi, né oggetti atti ad offendere e qualunque altro strumento di coazione fisica; 
  • Riconoscibilità del personale: nell’espletamento dei compiti previsti dal presente decreto, il personale deve essere munito di idoneo documento di identità e tenere esposto un tesserino di riconoscimento, con le caratteristiche di cui all’allegato A del presente decreto, di colore giallo, recante la dicitura «Assistenza» in caratteri facilmente leggibili. 

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Articolo di Valentina Grazzi

Tutela dei minori

Tutela dei minori

In questo primo articolo sulla tutela dei minori, forniremo una panoramica normativa per comprendere l’eccezionale importanza che ricopre questa materia in Italia. 

 

Tutela dei minori: cenni legislativi

Nel nostro paese, la tutela dei minori è uno degli ambiti più vasti e trasversali dell’ordinamento legislativo. Si ravvisano discipline specifiche volte alla tutela dei minori in tutti gli ambiti fondamentali del nostro sistema: dal diritto del lavoro, alla branca penalistica, al diritto di famiglia. 

 Prima del raggiungimento della maggiore età, infatti, le persone sono tutelate da normative ad hoc, pensate per adattarsi alle delicate esigenze e situazioni di cittadini non ancora formati. 

 Si pensi alla branca del diritto penale, dove moltissimi crimini violenti vedono, come aggravante, una maggiorazione della pena se il reato è stato commesso a danno o in presenza di minori; oppure al diritto del lavoro, dove il minore viene tutelato con norme speciali. 

Un altro esempio di fondamentale importanza per trattare la tutela dei minori in Italia è sicuramente quello del diritto di famiglia, dove il minore viene protetto con particolare attenzione anche all’interno del nucleo familiare, sia nel caso in cui esso venga a disgregarsi per separazione o divorzio dei coniugi, sia in casi dove i genitori, per i motivi più vari, non siano in grado di provvedere alla cura del figlio. 

I fondamenti che guidano il legislatore italiano nella formulazione di nuove forme di tutela dei minori giacciono innanzitutto nella nostra Costituzione: 

  • Art. 30 

    È dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le nome e i limiti per la ricerca della paternità. 

 

  • Art. 33 

    L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e i gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
    È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini di scuole o per la conclusione di essi e per la abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato. 

 

  • Art. 34 

    La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso. 

 

  • Art. 37 

    La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione. 

Inoltre, l’articolo 3 stabilisce il principio di uguaglianza formale: tutti i cittadini (compresi i minori) hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di alcun generel’articolo 31 attribuisce allo Stato il compito specifico di tutelare l’infanzia e la gioventù favorendo la nascita delle istituzioni necessarie a questo fine. 

 

Tutela dei minori: la Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia

Un’altra Carta fondamentale per la tutela dei minori, a livello internazionale, è la Convenzione ONU sui Diritti dell’infanzia (Convention on the Rights of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989. Essa esprime un consenso su quali sono gli obblighi degli Stati e della comunità internazionale nei confronti dell’infanzia. 

Tutti i paesi del mondo (ad oggi aderiscono alla Convenzione 194 Stati), ad eccezione degli Stati Uniti, hanno ratificato questa Convenzione, strumento giuridico e riferimento a ogni sforzo compiuto in cinquant’anni di difesa dei diritti dei bambini. 

I diritti garantiti dalla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia sono raccolti in un documento onnicomprensivo senza distinzioni, né suddivisioni, perché ogni articolo è da considerarsi di uguale importanza, indivisibile, correlato agli altri e interdipendente.La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia è stato il primo strumento di tutela internazionale a sancire nel proprio testo le diverse tipologie di diritti umani: civili, culturali, economici, politici e sociali, nonché quelli concernenti il diritto internazionale umanitario. 

Il testo contiene anche articoli rivolti alla protezione contro l’abuso e lo sfruttamento e si impegna a far sì che il bambino faccia valere il proprio pensiero. 

Il primo articolo con cui si apre il Documento recita «ai sensi della presente Convenzione si intende per bambino ogni essere umano avente un’età inferiore ai 18 anni» e prosegue mettendo in luce dibattiti e compromessi riguardo alla protezione del bambino prima della nascita. 

Composta da 54 articoli, la Convenzione si articola in quattro gruppi di norme, informati ai quattro principi fondamentali che ne guidano lo svolgimento: 

  1.  Non discriminazione (art. 2): i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, opinione del bambino/adolescente o dei genitori; 
  2. Superiore interesse(art. 3): in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità;
  3.  Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino (art. 6): gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati; 
  4. Ascolto delle opinioni del minore (art. 12): prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e il corrispondente dovere, per gli adulti, di tenerne in adeguata considerazione le opinioni. 

 

Nel prossimo articolo sulla tutela dei minori vedremo che, come spesso accade, la predisposizione di normative di protezione non è sufficiente: nella realtà, spesso il “best interest of the child” non viene considerato come dovrebbe e, soprattutto nell’ambito di separazione e divorzio e in quello degli affidamenti, la prassi non potrebbe essere più lontana dalle norme di tutela. 

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Articolo di Valentina Grazzi

Antifrode assicurativa

Antifrode assicurativa

Per discutere di antifrode assicurativa è necessario, come sempre, compiere una breve premessa per fornire le basi concettuali ai non addetti ai lavori.

Nell’articolo precedente abbiamo parlato di indagini informatiche OSINT, e di come possano aiutare l’investigatore nella raccolta di informazioni, anche per verificare l’attendibilità di una testimonianza. Questa abilità può essere sfruttata dall’investigatore in molteplici situazioni, tra cui nei casi di frode assicurativa: l’esperto, in particolare, può essere ingaggiato da una società assicurativa al fine di verificare che una richiesta di pagamento dei danni sia fondata.

Antifrode assicurativa: cos’è una polizza assicurativa? Cosa significa assicurarsi?

Assicurare significa rendere sicuro. Da cosa?

In generale, ci si assicura dalle conseguenze negative di un determinato evento.

In termini giuridici, il contratto di assicurazione è un accordo stipulato tra due parti – l’assicuratore e l’assicurato – tramite il quale l’assicurato si tutela da eventuali rischi futuri attraverso il pagamento di una certa somma, il premio; l’assicuratore si impegna invece, secondo limiti e modalità previste dall’accordo negoziale, a risarcire l’assicurato nel caso in cui si verifichino gli eventi contro cui l’assicurato ha scelto di proteggersi.

I motivi per cui una persona decide di assicurarsi, e dunque le funzioni del contratto, sono sostanzialmente due:

  • Funzione indennitaria: assicurazione contro danni, Il contratto di assicurazione obbliga l’assicuratore, verso pagamento di un premio, “a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro“;
  • Funzione previdenziale: assicurazione sulla vita, l’assicuratore paga “un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana”.

È un contratto a prestazioni corrispettive: il pagamento del premio da parte dell’assicurato è certo, periodico e determinato; il pagamento del danno da parte dell’assicuratore è invece incerto, poiché subordinata ad eventi futuri.

L’incertezza sul verificarsi dell’evento dannoso è ciò che caratterizza questo tipo di negozio, connotandolo come aleatorio.

Il pagamento periodico del premio da parte dell’assicurato ha come obiettivo quello di essere protetti dall’assicurazione nel momento in cui si verifica il danno temuto: al verificarsi dell’evento, infatti, non sarà chiesto altro all’assicurato se non il pagamento, ove previsto,  di una franchigia (la parte di danno che resta a carico dell’assicurato, predeterminata dalla compagnia assicurativa, e che può ammontare ad un importo fisso o in percentuale sulla somma assicurata). Sarà quindi la compagnia assicurativa a coprire le spese per far fronte al danno subito, o all’evento relativo alla vita umana.

Al fine di preservare il corretto funzionamento di questo tipo di rapporti, il legislatore ha formulato un sistema per evitare brogli da parte degli assicurati, finalizzati al riscatto della somma dell’assicurazione anche quando l’evento oggetto della polizza non si sia effettivamente verificato nei termini previsti dal contratto.

Gli strumenti dell’antifrode assicurativa:

  1. Art. 642 c.p., reato di frode assicurativa:

“Chiunque, al fine di conseguire per sé o per altri l’indennizzo di una assicurazione o comunque un vantaggio derivante da un contratto di assicurazione, distrugge, disperde, deteriora od occulta cose di sua proprietà, falsifica o altera una polizza o la documentazione richiesta per la stipulazione di un contratto di assicurazione è punito con la reclusione da uno a cinque anni.”

Alla stessa pena soggiace chi al fine predetto cagiona a sé stesso una lesione personale o aggrava le conseguenze della lesione personale prodotta da un infortunio o denuncia un sinistro non accaduto ovvero distrugge, falsifica, altera o precostituisce elementi di prova o documentazione relativi al sinistro. Se il colpevole consegue l’intento la pena è aumentata. Si procede a querela di parte.”

 

  1. L’IVASS

Esiste inoltre un ente dedicato alla vigilanza sulle assicurazioni e alla lotta antifrode: l’IVASS, Istituto per la Vigilanza sulle Assicurazioni, è un ente dotato di personalità giuridica di diritto pubblico che opera per garantire l’adeguata protezione degli assicurati perseguendo la sana e prudente gestione delle imprese di assicurazione e riassicurazione e la loro trasparenza e correttezza nei confronti della clientela. L’Istituto persegue altresì la stabilità del sistema e dei mercati finanziari.

Particolarmente rilevante in questo contesto è il contributo dell’istituto nella lotta alle frodi nel settore r.c. auto, effettuando analisi e valutazioni delle informazioni desunte dalla gestione della banca dati sinistri, interloquendo con le imprese in merito alle segnalazioni emerse, collaborando con le forze di polizia e l’Autorità giudiziaria. Gestisce inoltre l’AIA (Archivio informatico Integrato Antifrode), strumento funzionale alla prevenzione e al contrasto delle frodi assicurative.

 

  1. Antifrode assicurativa: le indagini assicurative

ovvero attività

Richiesta dagli aventi diritto, privati e/o società di assicurazioni, anche per la tutela di un diritto in sede giudiziaria, in materia di: dinamica dei sinistri, responsabilità professionale, risarcimenti sul lavoro, contrasto dei tentativi di frode in danno delle società di assicurazioni”.

Si tratta di tutti quegli accertamenti volti a contrastare le attività fraudolente nei confronti delle compagnie assicurative. Purtroppo, infatti, non tutti i sinistri che vengono denunciati sono reali e, se lo sono, può capitare che i danni dichiarati siano stati ingigantiti per avere un risarcimento maggiore. Se la compagnia assicurativa, in fase di analisi della pratica, ha dubbi circa la genuinità del sinistro, può avvalersi dell’investigatore privato: egli si occuperà degli accertamenti volti a ricostruire la dinamica del sinistro tramite perizie e confronti con le persone coinvolte nell’evento in esame.

In caso di sinistro stradale, per esempio, potrà essere compito dell’investigatore verificare se le condizioni di salute dell’assicurato corrispondano con gli importanti danni fisici da lui lamentati per ottenere un risarcimento; oppure potrebbe rendersi necessario un accertamento della relazione tra due soggetti che firmano una constatazione amichevole, giacché potrebbe esistere un accordo fraudolento mirato alla riscossione del risarcimento.

Più in generale, le indagini assicurative possono essere fondamentali per verificare l’esatto modo in cui un determinato evento si è dispiegato, o addirittura se tale evento sia mai occorso.

Compito dell’investigatore privato nell’ambito dell’antifrode assicurativa sarà quindi, innanzitutto, quello di verificare che l’evento abbia effettivamente avuto luogo: è possibile che l’assicurato abbia sbandato in auto per colpa dell’asfalto bagnato se il giorno del sinistro c’era un caldo sole estivo?

Per verificare l’attendibilità di una denuncia bisognerà iniziare effettuando sopralluoghi e rilievi fotografici sul luogo del sinistro; sarà opportuno avere bene compreso la versione delle persone coinvolte, anche al fine di confrontarle con atti acquisiti per l’investigazione quali, ad esempio, i verbali redatti sul luogo del sinistro dalle forze dell’ordine – qualora vi sia stato il loro intervento -.

L’investigatore si occuperà di interfacciarsi con le parti interessate al fine di ottenere una dichiarazione scritta in merito all’accaduto: la verifica della documentazione prodotta è necessaria soprattutto se si temono incongruenze. Si pensi anche ai certificati di accesso al pronto soccorso: se il soggetto afferma che l’infortunio è avvenuto alle 18, che il dolore era così lancinante da non consentirgli nemmeno di camminare, e poi vediamo che l’accesso al pronto soccorso è stato fatto due giorni dopo… probabilmente qualcosa sfugge.

 

Antifrode assicurativa: indagini OSINT

Allo stesso modo sono importanti le indagini osint, cioè le indagini informatiche strutturate sull’analisi delle fonti aperte: al giorno d’oggi siamo tutti molto attivi sui social e, talvolta, ne facciamo un uso così superficiale da non dedicar loro grande attenzione; eppure, proprio da un uso disattento dei social può derivare un’accusa per frode assicurativa!

Se ho denunciato un sinistro, dichiarando la mia impossibilità a camminare senza l’utilizzo delle stampelle, e poi posto una fotografia che mi ritrae in barca o ad una festa, potrebbe sicuramente essere un problema corroborare la mia versione dei fatti.

Per concludere, al termine di tutti gli accertamenti, l’investigatore redige una relazione informativa all’interno del quale inserisce i rilievi fotografici e le informazioni emerse nel corso dell’indagine, lasciando al committente, come sempre, il compito di “unire i puntini”.

 

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Articolo di Valentina Grazzi

 

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SITOGRAFIA:

Cosa succede dopo una denuncia per stalking?

Cosa succede dopo una denuncia per stalking?

Nell’articolo precedente abbiamo trattato il reato di stalking, le conseguenze sulle vittime e come queste ultime possono predisporre una prima, autonoma difesa in via stragiudiziale.
In questo articolo parleremo, invece, di quali sono le conseguenze giuridiche di una denuncia/querela per stalking.
Non ti resta quindi che proseguire nella lettura per scoprire cosa succede dopo una denuncia per stalking!

Come anticipato, in caso di stalking la vittima può rivolgersi alle autorità e sporgere denuncia/querela entro il termine di sei mesi dall’ultimo atto persecutorio; esiste, però, un’ulteriore ed efficace alternativa pregiudiziale, che consente alla persona offesa di rivolgersi al questore perché emetta un primo formale richiamo nei confronti dello stalker.

L’alternativa pregiudiziale alla querela: L’ammonimento del questore

L’ammonimento del questore è uno speciale rimedio legislativo per fronteggiare le condotte persecutorie sempre più diffuse. Secondo la legge, fino a quando non è proposta querela per stalking, la persona offesa può esporre i fatti all’autorità di pubblica sicurezza avanzando richiesta al questore di ammonimento nei confronti dell’autore della condotta.

Il questore, ove necessario, assumerà le informazioni dagli organi investigativi e sentirà le persone informate dei fatti, procedendo alla verifica della fondatezza dell’istanza; qualora ritenesse fondata tale istanza, procederà all’ammonimento in forma orale del soggetto nei cui confronti è stato richiesto il provvedimento. Il contenuto dell’ammonimento concerne l’avvertimento a cessare i comportamenti illegittimi e a tenere una condotta conforme alla legge e sarà inoltre redatto un processo verbale, che sarà rilasciato in copia sia al richiedente l’ammonimento che al soggetto ammonito

L’efficacia di tale atto preventivo giace proprio nella sua natura formale: infatti, a partire dal momento del rilascio del verbale al soggetto ammonito, egli risulterà già “segnalato” per atti persecutori. Se egli continuerà a perpetrare le condotte illegittime, verrà senz’altro processato, senza nemmeno esserci bisogno di una successiva querela: vige infatti la procedibilità d’ufficio quando lo stalking è commesso da soggetto già ammonito.

Inoltre, in caso di condanna la pena è aumentata nei confronti di colui che aveva subito l’avvertimento del questore.

Cosa succede dopo una denuncia per stalking: l’avvio del procedimento penale

Il primo passo che compirà la persona che ritiene di essere vittima di stalking è quello di recarsi presso le forze dell’ordine e denunciare gli episodi delittuosi; già in questa fase è utile farsi affiancare da un legale o consulente, che consiglierà i metodi migliori per esporre i fatti e per approcciarsi alla situazione.

La legge prevede che l’autorità che abbia ricevuto la segnalazione debba darne immediatamente notizia al magistrato del pubblico ministero, anche in forma orale.

In secondo luogo si attiveranno contemporaneamente i due soggetti fondamentali in questa fase: il Pubblico Ministero e la Polizia Giudiziaria.

  • Il Pubblico Ministero assume informazioni dalla persona offesa e da chi ha presentato denuncia, querela o istanza, entro il termine di tre giorni dall’iscrizione della notizia di reato, salvo che sussistano imprescindibili esigenze di tutela di minori di anni diciotto o della riservatezza delle indagini, anche nell’interesse della persona offesa;
  • La Polizia Giudiziaria procede senza ritardo al compimento degli atti di indagine delegati dal Pubblico Ministero, mettendo immediatamente a disposizione di quest’ultimo la documentazione dell’attività svolta.

Se vuoi sapere cosa succede dopo una denuncia per stalking sappi che questo è il vero tratto distintivo della disciplina procedurale in caso di stalking: il Magistrato del Pubblico Ministero, entro il termine massimo di tre giorni, ascolterà la testimonianza della persona offesa (o, comunque, del denunciante), potendo derogare a tale termine oppure all’intero obbligo solamente se vi sia un rischio concreto per l’incolumità di un minore o per la riservatezza delle indagini.

La disparità di genere del reato di atti persecutori: Il Codice Rosso

Considerata la particolare pericolosità delle condotte che integrano il reato di stalking, il legislatore ha introdotto un nuovo strumento volto a tutelare le vittime.

Nel particolare tessuto sociale che compone la nostra società, rimane evidente che la disparità di genere è un argomento che è ancora ben lontano dall’essere esaurito.

Viviamo in tempi moderni, di progresso tecnologico, scientifico e culturale, eppure l’effettiva parità tra uomini e donne rimane un obiettivo lontano, in quasi tutti gli ambiti della società.

È ormai prassi del nostro Paese il metodo di ricorrere a leggi “ad hoc” per tentare di risolvere, o addirittura modificare delle dinamiche sociali profondamente radicate nel nostro paese: uno dei più recenti interventi legislativi in questo senso è la Legge 69/2019, c.d. “Codice Rosso”.

Il testo normativo opera delle rilevanti modifiche in ambito procedurale, in materia di misure cautelari e preventive e, in ultimo, con l’introduzione di nuovi reati che ha in parte cambiato cosa succede dopo una denuncia per stalking.

 

Novità in ambito procedurale

Al fine di rispondere tempestivamente a determinate situazioni di rischio per tutelare la persona offesa prima che la situazione degeneri, viene snellito l’iter di avvio del procedimento penale per alcuni reati: tra gli altri maltrattamenti in famiglia, stalking, violenza sessuale;

 

Misure cautelari e preventive

Se, a seguito di denuncia, il Pubblico Ministero lo ritiene opportuno, può chiedere al giudice di emettere un provvedimento con cui si vieta allo stalker di avvicinarsi ai luoghi abitualmente frequentati dalla persona offesa: e qui si sottolinea l’enorme differenza su cosa succede dopo una denuncia per stalking rispetto al passato.

Mentre prima contro il trasgressore del divieto di avvicinamento poteva essere irrogata soltanto una misura cautelare più afflittiva (ad esempio gli arresti domiciliari), ora la violazione di tale divieto rappresenta un illecito penale a sé stante: lo stalker potrà quindi essere processato per un nuovo, autonomo reato.

Cosa succede dopo una denuncia per stalking?
Secondo la legge chiunque violi il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa (ma anche l’obbligo di allontanarsi dalla casa familiare) è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni
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Introduzione di nuove fattispecie di reato: fare luce sulle “zone grigie” dell’ordinamento

Il codice Rosso introduce inoltre ulteriori e autonome fattispecie di reato punite con eccezionale severità:

  • Diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate (cd. revenge porn), punito con la reclusione da uno a sei anni e la multa da 5mila a 15mila euro: la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta per provocare un danno agli interessati. La condotta può essere commessa da chiunque, dopo averli realizzati o sottratti, diffonde, senza il consenso delle persone interessate, immagini o video sessualmente espliciti, destinati a rimanere privati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, ovvero mediante l’impiego di strumenti informatici;
  • Deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, sanzionato con la reclusione da otto a 14 anni. Quando, per effetto del delitto in questione, si provoca la morte della vittima, la pena è l’ergastolo;
  • Costrizione o induzione al matrimonio, punito con la reclusione da uno a cinque anni. La fattispecie è aggravata quando il reato è commesso a danno di minori e si procede anche quando il fatto è commesso all’estero da o in danno di un cittadino italiano o di uno straniero residente in Italia;
  • Violazione dei provvedimenti di allontanamento dalla casa familiare e del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, sanzionato con la detenzione da sei mesi a tre anni.

In conclusione di questo articolo su cosa succede dopo una denuncia per stalking, chi vi scrive vuole sottolineare come lo stalking sia senz’altro un reato atto a colpire chiunque, a prescindere dal genere, dall’età e dallo status sociale.

È sempre utile però prendere atto che alcuni meccanismi del nostro habitat sociale faticano ad essere sradicati, e che quindi necessiteremo di leggi a tutela di determinate categorie di cittadini fin quando non sarà chiaro a tutti che ognuno di noi è libero. Sempre.

Se vuoi saperne di più su cosa succede dopo una denuncia per stalking non esitare a scriverci a info@forensicsteam.it, se invece non vuoi perderti nessuno dei contenuti di Forensics Academy seguici anche su Facebook e Youtube!

Articolo di Valentina Grazzi

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