Nell’articolo precedente abbiamo fatto un approfondimento sulla psicologia della devianza, quest’oggi invece parleremo di sociologia criminale, partendo dai “padri” di questa branca della sociologia fino ad arrivare alle cause scatenanti del comportamento criminale.

Nato mantovano a metà dell’Ottocento, Enrico Ferri è riconosciuto quale padre della sociologia criminale.

Sulla scorta degli studi di Cesare Lombroso sui fattori che determinano un comportamento criminale, individuati quali le caratteristiche fisiche della persona, Ferri aggiunge a questo i fattori sociale ed antropologici.

“I fattori antropologici, inerenti alla persona del delinquente, sono il coefficiente primo del reato”

Nasce una sociologia criminale che poggia le basi sullo studio antropologico della persona e ne individua alcune caratteristiche come tipiche del comportamento criminale.

L’età, il sesso, la religione, il ceto di appartenenza, la condizione economica, sono fattori riconosciuti da Ferri come determinanti nella scelta di commettere un reato.

Abbiamo visto negli articoli precedenti l’importanza centrale delle variabili individuali e soggettive, in capo solo alla singola persona, quali fattori che influiscono sulla scelta di deviare; in questa fase si comincia a prendere in considerazione anche i fattori esterni.

È Enrico Ferri, nella sua teoria della sociologia criminale, che parla di fattori sociali che possono influenzare i comportamenti, la famiglia di appartenenza, le condizioni ambientali del luogo in cui si vive, l’educazione ricevuta o le sindromi di alcolismo ad esempio.

Sociologia criminale e i tipi di criminali

È la sociologia criminale che individua diverse tipologie di criminali:

  • Il criminale nato, sulla scia degli studi e le teorie di Cesare Lombroso;
  • Il criminale pazzo;
  • Il criminale occasionale, risponde, con il proprio comportamento, a stimoli differenti, in situazioni di vantaggio personale, sulla scorta di una forte tentazione;
  • Il criminale abituale, non controlla il proprio comportamento, in seguito al primo reato ne commette altri, anche se non è particolarmente portato ad essere un soggetto deviante, come il criminale nato;
  • Il criminale passionale, spinto da un acting out improvviso, da emozioni forti.

Sociologia criminale: fattori esterni

La Scuola Positiva come raccontata in un articolo precedente favorisce l’evolversi delle teorie della sociologia criminale sulle cause del comportamento deviante dall’interno, all’esterno del soggetto.

La persona, dunque, non rimane più l’unica causa, con le proprie caratteristiche psicologiche e fisiche, a determinare i fatti criminosi, scegliendo sempre razionalmente e deliberatamente cosa e come operare un delitto o un reato.

Si cominciano a prendere in considerazione i fattori esterni quali i condizionamenti ambientali, sociali, famigliari, del gruppo di amici o della scuola, del lavoro: i fattori che possono influenzare le scelte del soggetto.

Genesi del comportamento deviante e teorie sociologiche

Diversi sociologi hanno sostenuto la tesi dell’importanza delle variabili esterne sul comportamento deviante:

  • Thomas e Znaniecki hanno sostenuto che culture e stili di vita differenti presenti in società, l’elevata densità di popolazione, la carenza di servizi, causerebbe una disorganizzazione sociale idonea ad incrementare tensioni e conflitti culturali, disorientamento, marginalizzazione e devianza;

A sostegno di queste tesi di sociologia criminale anche lo studioso:

  • Talcott Parsons, nella sua teoria struttural-funzionalista, sottolinea l’importanza di una società fondata sull’equilibrio dei ruoli acquisiti durante i processi di socializzazione, poiché il comportamento difforme da ciò che è considerato normale in società scaturisce da un deficit di apprendimento, da un errore socializzativo;
  • Albert Bandura espone nel 1986 la sua teoria, di grande utilità per la sociologia criminale. Lo studioso sostiene come le interazioni tra l’uomo e il proprio ambiente di vita siano interconnesse.

In questo senso, il comportamento umano deriverebbe da un insieme di processi interni capaci di comprendere e valutare le opportunità ambientali di contesto e dunque capaci di derivarne il giusto atteggiamento da tenere in relazione agli effetti anticipati delle proprie azioni.

Gli atti devianti non sarebbero mere pulsioni interne del soggetto o condotte apprese tramite la socializzazione, bensì si tratta di meccanismi di regolazione interiori alla personalità di ciascuno.

In tal senso, tali meccanismi potrebbero anche aiutare ad evitare certi comportamenti piuttosto che incentivarli. Come riferito da Albert Bandura:

“L’apprendimento è bidirezionale: noi apprendiamo dall’ambiente e l’ambiente apprende e cambia grazie alle nostre azioni”.

Il noto studioso di sociologia criminale teorizza la teoria dell’apprendimento sociale, sostenendo che alla base dell’apprendimento dei comportamenti nel bambino vi sia l’osservazione di ciò che accade attorno a lui all’interno del proprio ambiente sociale di vita.

Merton e la sociologia criminale

Robert Merton, sociologo statunitense operante nel Novecento, ci ha lasciato un’opera centrale nello studio della sociologia criminale, “Teoria e struttura sociale”

Merton studia ed analizza la modalità in cui alcune strutture della società esercitino una influenza chiara e forte su alcuni, fino ad indurli a deviare.

A differenza degli studiosi del determinismo biologico, Merton non vede nelle variabili fisiche soggettive i rischi di commettere un atto criminale, bensì egli sostiene che il comportamento deviante sia una reazione naturale e normale ad una situazione sociale particolare.

Nello studio della criminogenesi, ovvero la nascita di un comportamento deviante, Merton sostiene che questo possa essere frutto del mancato raggiungimento, da parte di un soggetto, delle proprie mete desiderate.

In poche parole, in una condizione in cui la società in cui vivo non può darmi ciò di cui io ho bisogno per perseguire i miei scopi, questa sarà concausa del mio comportamento contro le norme stabilite.

Tali concetti di Merton avallano e si avvicinano agli studi di sociologia criminale di un altro studioso centrale e importante: Emile Durkheim.

Il sociologo francese, operante tra fine Ottocento e inizio Novecento, teorizzò, infatti, il concetto di anomia.

L’anomia è un concetto fondamentale in sociologia in quanto rappresenta uno dei primi tentativi di spiegare con cause sociali, fenomeni strettamente soggettivi ed individuali, come il suicidio.

Come il suicidio, anche il comportamento criminale viene ricondotto a cause sociali, dunque esterni al comportamento umano individuale.

In questi ultimi articoli abbiamo visto come, storicamente, viene studiato il comportamento criminale, a partire da teorie di determinismo biologico e centrate su variabili esclusivamente soggettive, fino a passare a teorie più di ampio respiro, che considerano influenti anche fattori esterni e oggettivi.

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Articolo di Martina Petrucciani

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Bibliografia

I. Thomas, F. Znaniecki, (1968). Il contadino polacco in Europa e in America, Edizioni di comunità, Milano

Bandura, A. (1977), Social Learning Theory, Prentice Hall, Englewood Cliffs, NJ.

Ferri, Sociologia Criminale, Fratelli Bocca editori, Milano-Roma, 1900, p. 299

Curti, Criminologia e sociologia della devianza CEDAM 2020

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