La Parental Alienation Syndrom (PAS), o sindrome di alienazione parentale, viene accolta in Italia nel 1998 e non applicabile nei casi di reali abusi, maltrattamenti o comportamenti omissivi del genitore alienato. Essa si configura come: “un disturbo psicopatologico dell’età evolutiva, di età compresa tra i 7 e i 14/15 anni”; insorge nel minore nell’ambito delle controversie dei casi di separazione e divorzio.

Affrontare la separazione dal proprio partner può essere un processo molto lungo e doloroso, tanto più se contornato da conflitti continui e figli che assistono a tali situazioni.

I casi di separazione infatti, scatenano nei figli un vuoto affettivo dovuto all’effettiva assenza fisica del genitore non affidatario, questo fa emergere nel minore angosce di abbandono e un forte senso di colpa in quanto, a volte, crede di rappresentare la causa della rottura coniugale.

Questi sentimenti possono essere marginati se i genitori lavorano insieme in modo efficace al fine di rassicurare il bambino e fornirgli l’accudimento affettivo di cui ha bisogno. Tuttavia, nelle situazioni conflittuali, il bambino può sviluppare un forte attaccamento disadattivo nei confronti del genitore alienante in quanto, per paura di essere abbandonato anche da lui, si trova a colludere con le dinamiche conflittuali e supporta l’idea che il genitore alienante sia l’unico genitore buono di cui ci si può fidare.

Questa debolezza rende il bambino più vulnerabile all’indottrinamento da parte del genitore a cui si lega; nonostante ciò il minore non può essere considerato solo come una vittima, ma bisogna riconoscere il suo ruolo attivo di co-autore soprattutto dopo aver trascorso molto tempo con il genitore alienante e aver sviluppato la capacità di analizzare in modo critico la situazione.

Generalmente, il processo di alienazione, riguarda per lo più figli unici le cui uniche figure di riferimento sono i genitori. Importante è sottolineare la suggestionabilità dei bambini che si sviluppa nell’arco di tempo che va dai due fino ai sette, otto anni, fino a rimanere costante nell’adolescenza, quando le critiche verso il genitore escluso sono il frutto principale della propria menzogna intenzionale.

 

Sindrome di alienazione parentale: come riconoscerla?

La sua manifestazione principale è la campagna di denigrazione rivolta contro un genitore, senza giustificato motivo. È il risultato della programmazione effettuata dal genitore indottrinante e del contributo personale offerto dal bambino alla denigrazione del genitore bersaglio” (Gardner, 1985). Il bambino si affilia al genitore che lo indottrina per renderlo parte del suo piano di diffamazione del genitore-target. Quest’ultimo viene definito genitore alienato, vittima del cosiddetto genitore alienante e del contributo del figlio.

 

Sindrome di alienazione parentale: quali sono i sintomi che caratterizzano questa sindrome?

Gardner ha stilato una serie di sintomi, manifestabili contemporaneamente o in parte nel bambino, con lo scopo di rafforzare il legame patologico con il genitore alienante, essi comprendono:

1) Campagna di denigrazione (il bambino è invogliato a partecipare alla campagna del genitore alienante poiché quest’ultimo non infligge nessuna punizione o rimprovero, e il bambino è libero di manifestare sentimenti negativi e poco rispettosi verso il genitore alienante);

2) Razionalizzazioni deboli, superficiali, assurde (le scusanti che giustificano il disprezzo nei confronti del genitore alienato hanno scarsa rilevanza);

3) Mancanza di ambivalenza (il genitore alienante viene percepito dal bambino come “oggetto completamente buono”, privo di difetti o di qualsiasi caratteristica negativa);

4) Fenomeno del pensatore indipendente (nel caso in cui il genitore alienante venga accusato di denigrare l’altro egli nega la sua partecipazione e il figlio supporta e difende questa tesi affermando l’originalità delle sue riflessioni e pensieri);

5) Appoggio automatico al genitore alienante (il bambino non riflette sulle azioni o riflessioni compiute dal genitore alienante, anzi le accetta acriticamente mettendo in atto il meccanismo dell’identificazione con l’aggressore che conferisce al genitore un ruolo di potere, mentre il genitore alienato viene marginalizzato);

6) Assenza di senso di colpa (il bambino non prova alcuna empatia o senso di colpa per le diffamazioni nei confronti del genitore alienato);

7) Scenari presi in prestito (il bambino utilizza un linguaggio tipicamente adultizzato e descrive il genitore alienato attraverso parole fuori dal vocabolario usuale per quell’età);

8) Estensione dell’ostilità (famiglia allargata e amici vengono coinvolti nella campagna denigratoria).

Importante è sottolineare che se il programma di denigrazione del genitore alienante viene meno, anche la sindrome di alienazione parentale nel bambino recede e scompare. Il superamento della sindrome, tuttavia, non significa che essa non lasci risvolti negativi e tendenzialmente patologici nelle future relazioni del minore.

La profonda sofferenza e il disagio di questi minori implicano la necessità di protezione e tutela che l’apparato giudiziario e istituzionale devono necessariamente mettere in atto, in quanto i genitori, non solo non riescono a vedere e contenere il bambino, ma sono essi stessi la fonte del suo disagio.

 

Sindrome di alienazione parentale: Cosa fare?

La buona riuscita degli interventi sulla sindrome di alienazione parentale devono essere caratterizzati da una collaborazione congiunta degli operatori sia della salute mentale (psicologi, neuropsichiatri infantili, pedagogisti) che di giustizia (avvocati, consulenti). Riconoscere tale sindrome e adoperare un approccio integrato tra disposizioni del tribunale ed interventi psicoterapeutici permette di risolvere del tutto tale problematica e tutela il minore da possibili difficoltà riscontrabili nel processo di crescita emotivo e relazionale.

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Articolo di Martina Russo

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