All’interno dello scorso articolo abbiamo trattato insieme il tema della risoluzione dei conflitti. Nell’approfondimento odierno andremo a trattare temi quali la resilienza al cambiamento il cambiamento e a vedere in che modo poter usare lo sport come strumento di inclusione sociale.

Per parlare di resilienza dobbiamo innanzitutto soffermarci sulle condizioni di cambiamento, che, giorno dopo giorno, portano novità e trasformazione al nostro stile di vita quotidiano;

L’adeguamento a queste innovazioni, a cui non possiamo non adattarci, deve in noi trovare piena adozione in quanto devono essere percepite come opportunità di miglioramento al nostro modo di vivere sia personale che comune, al nostro lavoro e a tutte le sfere della nostra quotidianità.

Detto adattamento viene appunto chiamato col nome di “resilienza”.

 

La resilienza

A livello concettuale abbiamo definito un primo punto importante, ovvero assumere atteggiamenti e stili derivanti da predetti cambiamenti.

Ma per riuscire a mettere realmente in pratica tutto ciò dobbiamo renderci conto che vi sono cambiamenti in corso: un’attenta analisi di tutto ciò che accade intorno a noi deve essere motivo di puntuale valutazione degli accadimenti in corso o di prossima venuta.

L’agire di conseguenza, ci deve portare ad intraprendere nuovi percorsi che, in una o più volte, ci consentano di adeguarci alle nuove situazioni che ci si pongono davanti.

Uno degli strumenti che si possono usare per far si che questi cambiamenti in noi possano avvenire è lo sport.

Dico questo perché lo sport, da sempre, è uno stile di vita; infatti, come nella vita, praticare attività sportiva significa intraprendere un percorso in cui ci si prefiggono mete ed obiettivi, fatto di ostacoli che, di volta in volta, mutano per impegno e difficoltà ma che si devono superare, mettendo in campo ogni possibile soluzione al problema; questi sono solo alcuni dei fattori che suggeriscono lo sport come strumento di inclusione sociale, andiamo a vederli più nello specifico.

Lo sport come strumento di inclusione sociale

Parlando di attività sportiva non si intende la pratica sporadica ed occasionale (come una partita a tennis o a calcio con gli amici “una tantum”), ma di una vera e propria scelta del tipo di sport da praticare, secondo le proprie aspirazione ed inclinazioni.

Questo è importantissimo, soprattutto se si vuole usare lo sport come strumento di inclusione sociale, in quanto se non si ha dedizione e convinzione delle scelte fatte, sicuramente abbandoneremo l’attività alle prime difficoltà ricadendo in abitudini non costruttive o cedendo alla pigrizia.

Non scegliamo quindi la palestra “dove vanno gli amici” per avere qualcuno con cui parlare, ma frequentiamo un’attività che consideriamo a noi congeniale, che sia inizialmente dilettantistica e non prettamente agonistica: la parte agonistica di una disciplina diventerà un’ulteriore stile di vita, ma che sceglieremo solo a ragion veduta, valutando bene gli impegni ed i sacrifici che essa, implicitamente, ha.

La pratica sportiva induce la produzione di dopamina, che è conosciuta anche come l’ormone dell’euforia, in quanto la sua presenza è legata alla sfera del piacere e al meccanismo della ricompensa, ed è in grado di suscitare una sensazione di appagamento e di gratificazione, di piacere e benessere.
Questo mediatore chimico è in grado di rilasciare una sensazione di benessere psicofisico e di profondo appagamento, e che ci dà la giusta motivazione per raggiungere i nostri obiettivi.

È quindi chiaro che chi pratica sport trova uno stimolo importante per tutti quei momenti in cui ci si presenta il “bivio” che ci porta o al successo o all’insuccesso, siano essi in campo atletico che nella quotidianità. Questa condizione fisico/mentale è alla base dell’atteggiamento positivo e propositivo, utile a superare le difficoltà di adattamento e di adeguamento ai cambiamenti.
L’attività fisica produce questi effetti, ed è sufficiente  la pratica costante di un’attività aerobica  (con sessioni di almeno 60 minuti per 2 volte a settimana) o una camminata quotidiana di almeno 30-40 minuti, per favorire una piacevole sensazione di benessere.

La dopamina risulta importantissima per il nostro corpo nella vita di tutti i giorni ma non solo! Infatti è fondamentale per stimolare la cosiddetta memoria di lavoro, cioè quella parte della memoria a breve termine che ci consente di immagazzinare ed elaborare dati e concetti fondamentali nelle nostre attività quotidiane;
Inoltre ad alti livelli di questo ormone sono associati ad un’elevata capacità di apprendimento, mentre, al contario, bassi livelli di dopamina associati a distrazione e incapacità di concentrarsi;
Quest’ormone regola anche i ritmi biologici dell’organismo, favorendo l’alternanza sonno/veglia e l’importantissima funzione di recupero delle capacità psicofisiche;

Questo neurotrasmettitore è in grado di influire sul tono dell’umore, determinando uno stato euforico di generale benessere psico/fisico. Contribuisce, anche se non in modo particolarmente rilevante, uno stile alimentare sano ed equilibrato, che può supportare sì la prestanzione fisica, ma che non è di grande aiuto alla produzione di dopamina in modo diretto: infatti, anche se si fosse pensato di poter trovare scorciatoie chimiche di sintesi, la dopamina non può essere incrementata direttamente attraverso l’alimentazione e veicolata dall’assunzione di sostanze chimiche poiché, qualora fosse introdotta attraverso il cibo o per via venosa, rimarrebbe a livello del sistema sangiugno, non riuscendo così a raggiungere il sistema nervoso centrale; pertanto, la soluzione più idonea è quella di produrla con l’attività fisico/sportiva.

Da qui entra in campo il concetto di “resilienza”, ovvero un atteggiamento mentale in grado di recepire e mettere in campo l’adattamento alle novità ed una resistenza fisica che è in grado di supportarla e sopportarla.

L’atteggiamento mentale che è capace di sconfiggere quei falsi miti che il nostro cervello ci mette davanti (“non ce la faccio”, “non ho le doti necessarie”, “chi ci riesce ha predisposizione al cambiamento”, ecc.); si, perché spesso l’impegno necessario a mettere in pratica il cambiamento ed il possibile insuccesso ci fanno desistere da adottare dette innovazioni; in campo sportivo (ma anche nella quotidianità) detti cambiamenti comportano un grande sforzo da parte del cervello, il quale, a livello inconscio, ci spinge a non cambiare la condizione in cui esso stesso si trova in quel momento, inviandoci segnali quale stanchezza, spossatezza e difficoltà di ogni sorta e genere (dolori muscolari, crampi, senso di malessere generale) inducendoci così a desistere.

Ebbene, l’attività fisica crea in noi le basi necessarie all’adattamento ed al superamento degli ostacoli che incontriamo, a cui non dobbiamo far mancare una forza di volontà ed un atteggiamento mentale capace di attenuare, se non addirittura eliminare, angosce e paure, ansia e predisposizione all’insuccesso.

In conclusione, cito un celebre pensiero di Charles Darwin, più che mai attinente all’argomento:

“Non è la specie più forte o la più ingelligente a sopravvivere, ma quella che si adatta meglio al cambiamento”.

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Articolo di Martina Petrucciani

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