In questo articolo, in occasione della festa delle donne, analizzeremo la figura della donna tra lavoro e famiglia.
È a partire dalla seconda metà dell’Ottocento che nasce la mistica della casalinga che relega la donna ad occuparsi della famiglia, della casa e a distribuire cure, calore e tenerezza, specialmente ai figli.
Oltre all’esaltazione dell’amore materno, infatti, il lavoro domestico riceve un riconoscimento sociale inedito come agente di moralizzazione della famiglia e dell’intera comunità.

Non deve, dunque, sorprendere che l’espansione del lavoro salariato femminile, favorito dal processo di industrializzazione, abbia provocato rifiuto e riprovazione sociale, specialmente nel ceto medio.

 

La donna tra lavoro e famiglia: cenni storici

Il lavoro delle donne in fabbrica è associato alla degenerazione della famiglia, giudicato come degradante e contrario alla vocazione naturale della donna.

Nella classe operaria comunque il lavoro non era considerato disonorevole per una donna a patto che non venisse meno il ruolo primario di madre-moglie.

Nonostante non godesse dell’approvazione sociale, nel periodo della prima industrializzazione la presenza delle donne sul mercato del lavoro fu massiva.

Le italiane che alla fine dell’Ottocento trovarono occupazione, soprattutto nel settore tessile e nelle manifatture, furono protagoniste di numerosi scioperi e agitazioni.
Esse rappresentarono infatti l’avanguardia del movimento operaio.

In Lombardia il movimento operaio si sviluppò in stretto rapporto con il movimento di emancipazione promosso dalla “Lega promotrice degli interessi femminili” fondata nel 1881 a Milano.

Intorno alla fine del XX secolo il diritto delle donne al lavoro divenne un fatto per lo più acquisito.

La determinazione delle donne fu rafforzata dalla notizia del terribile incendio che l’8 marzo del 1908 devastò la fabbrica Cotton, a New York, provocando la morte di ben 129 operaie.
Tale data è stata poi scelta per una ricorrenza dedicata proprio alla “festa della donna”.

Tuttavia l’evento che segnò una svolta nel processo di emancipazione della donna è rappresentato dalla prima guerra mondiale dove le donne occuparono il mercato del lavoro per sostituire gli uomini impegnati al fronte.

Le donne, anche quelle sposate e dei ceti medi, si dimostrarono capaci di svolgere tutti i lavori, anche nel settore terziario come segreteria, stenografia, dattilografia, settori che furono monopolizzati dalle donne.
Iniziò così il processo di femminilizzazione di certe professioni.

L’anno 1919 segna un altro momento importante: l’abrogazione dell’autorizzazione maritale per le donne lavoratrice.

Il momento più significativo è, però, il 1945 con l’estensione del diritto di voto che segna l’inizio di un lento ma progressivo processo di riabilitazione civile e giuridica.

Dagli anni ’60 del secolo scorso si assiste alla crescente presenza delle donne nel mercato del lavoro, in tutti i paesi Europei anche se con ritmi diversi.
Si riscontrano infatti notevoli disparità nei tassi occupazionali delle diverse nazioni, con uno scaro evidente tra i paesi del nord Europa e quelli dell’area mediterranea. Danimarca, Olanda, Svezia e Gran Bretagna in testa, seguite da Spagna, Italia e Grecia.

 

La donna tra lavoro e famiglia: oggi

La tendenza attuale vede l’uscita della donna dal mercato del lavoro principalmente per un fattore di età e non, come avveniva in passato, per l’esperienza della maternità.
Nonostante ciò non è un caso che le donne risultino le maggiori fruitrici del lavoro part time.

Nel panorama europeo l’Italia continua a rappresentare il fanalino di cosa, detenendo ancora alcuni primati negativi, come il più basso tasso europeo di partecipazione femminile al mercato del lavoro ed un marcato gap di genere.

Riguardo invece la distribuzione nei settori produttivi risulta che le donne sono le protagoniste nel settore dei servizi.
Le donne hanno incrementato la loro presenza nelle aree di assistenza e della cura, della ricerca e della cultura, della tecnica specializzata, della vendita e soprattutto dei servizi alla persona.

Possiamo dire che i settori occupazionali presentano una vera e propria tipizzazione sessuale. Secondo questa chiave di lettura, la presenza crescente delle donne sul mercato del lavoro avrebbe solo apparentemente scardinato lo stereotipo legato alla sessuazione del lavoro.
Le occupazioni femminili infatti riproducono quasi sempre le tradizionali mansioni familiari.

Si tratta di professioni in cui si esercita la premura e la comprensione, l’assistenza e l’educazione, oppure lavoro che implicano l’ausiliarità, la pulizia, il decoro e il senso estetico.
Inoltre, numerose inchieste hanno messo in luce che le qualificazioni professionali e i salari si distribuiscono in modo non uniforme.

Generalmente sono le donne ad occupare i posti meno qualificati rispetto agli uomini, anche perché scelgono i lavori atipici che inevitabilmente non consentono una qualificazione professionale e bloccano le possibilità di carriera.

Tantissimi passi sono stati compiuti fino ad oggi e tanti devono ancora essere compiuti.
Non smettiamo mai di crederci e di lottare: ogni donna ha la libertà e il diritto di scegliere il lavoro dei suoi sogni, il lavoro che vuole sulla base delle sue aspettative, esigenze e bisogni.

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Articolo di Giulia Piazza

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BIBLIOGRAFIA

Bellafronte F, Bambine (mal)educate, l’identità di genere trent’anni dopo, Palomar Telemaco, 2003

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