Nel precedente articolo vi abbiamo parlato di sociologia criminale, partendo dalla sua storia e arrivando alle cause che scatenano un comportamento deviante. All’interno di questo articolo, invece, analizzerò le evoluzioni del sistema penale italiano con alcune considerazioni specifiche del rito minorile.

Studiare il diritto penitenziario e costituzione è centrale per la criminologia, con l’obiettivo di studiare e proporre interventi che possano prevenire la recidiva del comportamento deviante.

È nel periodo illuminista che si colloca la Scuola Classica, maturata a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento.

Diritto penitenziario e costituzione nella Scuola Classica

Gli studiosi dell’epoca di riferimento ritenevano che l’uomo potesse scegliere deliberatamente le azioni da porre in atto, elaborando una nozione razionale di reato come calcolo di un rapporto tra costi e benefici risultanti da esso.

A fondamento del diritto penale si poneva la responsabilità morale del soggetto, il quale solo veniva ritenuto responsabile per il male commesso.

La pena veniva intesa in una concezione retributiva in cui essa rappresentava la necessaria conseguenza del fatto commesso, connotata come punizione personale e inderogabile. Il sistema penale poggiava sulla convinzione che fosse necessario proporzionare la pena al reato commesso, rendendola utile allo scopo di preservare la società da atti criminosi.

Abolite le pene corporali, la pena comincia ad assumere un significato di conseguente privazione di libertà in capo ad un soggetto, incriminato per un reato, per un periodo direttamente proporzionale alla gravità del fatto commesso.

Per il diritto penitenziario e costituzione, la detenzione si poneva così al centro del del quadro sanzionatorio.

La Scuola Classica concepiva un diritto penitenziario e costituzione in senso garantista dei diritti umani, partendo da una definizione di reato come violazione dell’ordine sociale attuata da un soggetto con capacità di determinazione.

Da questi presupposti vennero introdotti alcuni concetti che assumeranno nel tempo importanza basilare per il diritto penitenziario e costituzione:

  • Il principio di legalità ed offensività del reato;
  • I concetti di imputabilità e colpevolezza in capo ad un soggetto;
  • Il carattere personale della pena.

Anche l’autocorrezione del reo era un principio cardine del sistema dell’epoca, attuato mediante l’uso di pratiche e strumenti ritenuti idonei al fine di modificare la mente umana.[1]

Tale visione poggiava sulla convinzione che, aumentando il periodo di pena prevista per un reato, sarebbe aumentata nei consociati la paura nei confronti del sistema, producendo così, nel tempo, una diminuzione sensibile di comportamenti devianti, in favore di un atteggiamento di maggiore rispetto delle leggi da parte dei cittadini.

Con tale convinzione era possibile mettere in atto una funzione preventiva degli atti devianti da un lato e, dall’altro, una funzione di prevenzione della recidiva in soggetti già individuati come pericolosi e già entrati a contatto con il circuito penale.

Come sostenuto da Mantovani:

“Un sistema penale così concepito doveva esercitare anche un’azione di prevenzione, generale e speciale, in quanto gli individui, messi di fronte a leggi giuste e chiare, essendo in grado di scegliere liberamente, più difficilmente avrebbero compiuto azioni criminose, il colpire il reo nei suoi diritti tanto quanto il delitto da lui commesso ha colpito i diritti altrui è necessario e sufficiente per trattenere i consociati dal delinquere”.

La Scuola Classica continuava ad ignorare i fattori ambientali e sociali che potessero influenzare il comportamento umano nella scelta di uno schema di azione deviante, ritenendo il carcere l’unico mezzo di punizione possibile.

L’isolamento dell’internato rientrava nella dura disciplina dell’intento punitivo non includendo, durante il periodo di detenzione, elementi di trattamento del singolo al fine di un suo recupero.

Tali presupposti avevano finito per creare effetti opposti alla logica del recupero, necessitando di introdurre nel diritto penitenziario e costituzione misure più umanizzanti e socializzanti.

A fornire una nuova visione al diritto penitenziario e costituzione ci ha pensato la Scuola Positiva, la quale non riteneva più il reato come fatto individuale isolato, bensì come comportamento inserito in un contesto sociale e da questo condizionato.

 

Diritto penitenziario e costituzione con la Scuola Positiva

All’interno di questo orientamento, il diritto penale comincia a sposarsi con contributi proposti dalle scienze sociali e dalla psicologia. L’atto criminale commesso non è più centrale, lasciando il posto alla figura del reo, del colpevole, il quale acquisisce importanza primaria.

Rivolti a lui i nuovi studi di tale orientamento di pensiero riferiti allo sviluppo della sua personalità e come essa influisce sul fatto commesso, introducendo misure di riabilitazione in un’ottica di prevenzione della recidiva.

È dalla metà del Novecento, dunque, che si comincia a percepire la necessità di coniugare le attività di coercizione con quelle di rieducazione della persona, la detenzione deve integrarsi con una prospettiva di risocializzazione.

Si vanno via via ideando diverse forme più articolate di concepire la limitazione della libertà personale con risposte sanzionatorie diversificate.

Il carcere diventa un luogo di cura, trattamento, rieducazione e risocializzazione. Le istituzioni segregative si aprono ai professionisti della medicina, psichiatria, psicologia, pedagogia, del servizio sociale e criminologia, per dare sostegno al recupero del condannato.

La funzione della pena non veniva più concepita solo in chiave vendicativa, intimidativa e retributiva ma, accanto alla funzione penale a cui il sistema penitenziario doveva assolvere, veniva aggiunta una funzione sociale, in cui il reinserimento del condannato in società e la sua reintegrazione in essa si poneva quale fine primario.

La reclusione non resta più l’unica soluzione possibile, ma all’interno del diritto penitenziario e costituzione cominciano ad essere concepite forme di punizione esterne al circuito penale.

È negli anni Quaranta del Novecento che la pena assume ufficialmente il proprio significato di offerta di mezzi e opportunità a carico del reo, al fine di rieducarsi ad una vita socialmente integrata, così come indicato all’interno dell’assunto dell’art. 27 Cost., che recita al secondo comma:

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Proponendosi di ridurre il crimine correggendo il comportamento del reo, il modello riabilitativo si sviluppava di pari passo alla diffusione dei mezzi e degli strumenti propri del Welfare State, modello di intervento statale riferito al periodo degli anni Sessanta del Novecento in Italia, il quale permise l’introduzione nel diritto penitenziario e costituzione, di misure alternative alla detenzione.

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Articolo di Martina Petrucciani

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BIBLIOGRAFIA e note

[1] Gli strumenti utilizzati includono l’obbligo a prendere parte a pratiche religiose, l’imposizione di una disciplina rigorosa all’interno del sistema penitenziario, l’applicazione di regolamenti afflittivi, l’isolamento dall’ambiente esterno e dallo stesso ambiente carcerario tramite detenzione in celle buie per periodi prolungati, l’obbligo del silenzio, l’imposizione di indossare divise umilianti, la scelta di una alimentazione povera e altre misure depersonalizzanti ed altamente stigmatizzanti.

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Ponti G. (2008), Compendio di criminologia, Raffaele Cortina Editore

Mantovani F. (1992), Diritto penale parte generale, Padova, Cedam

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