Nel precedente articolo sulla tutela dei minori abbiamo sottolineato che, malgrado la predisposizione puntuale e dettagliata di normative di protezione, spesso la realtà dei fatti ci mostra un quadro diametralmente opposto.

La realtà, infatti, non potrebbe essere più lontana dalle prescrizioni di legge: orribili episodi di cronaca come il caso di Bibbiano e il caso dei Diavoli della Bassa Modenese (o caso Mirandola) dimostrano come, spesso, le norme di tutela non siano sufficienti a evitare abusi e violazioni dei diritti dei minori.

I principi cardine in materia di tutela dei minori sono sanciti dalla fondamentale Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia, che si articola in quattro gruppi di norme, informati ai quattro principi fondamentali:

  •  Non discriminazione (art. 2): i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, opinione del bambino/adolescente o dei genitori;
  •  Superiore interesse (art. 3): in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità;
  • Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino (art. 6): gli Stati devono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati;
  • Ascolto delle opinioni del minore (art. 12): prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e il corrispondente dovere, per gli adulti, di tenerne in adeguata considerazione le opinioni.

Il principio guida dettato dall’articolo 3 della Convenzione è il c.d. “best interest of the child”, il superiore interesse del bambino/adolescente, che spesso non viene considerato come dovrebbe, soprattutto nell’ambito di separazione e divorzio e in quello degli affidamenti (caso di Bibbiano) dove la prassi non potrebbe essere più lontana dalle norme di tutela.

 

Angeli e demoni: il caso di Bibbiano

Il caso di Bibbiano è una vicenda giudiziaria iniziata il 27 giugno 2019, quando i Carabinieri di Reggio Emilia danno il via all’operazione denominata “Angeli e Demoni” e mettono agli arresti domiciliari 18 persone, tra cui il sindaco della città.

I capi d’accusa sono molteplici (frode processuale, depistaggio, maltrattamenti su minori, falso in atto pubblico, violenza privata, tentata estorsione, abuso d’ufficio, peculato d’uso e lesioni gravissime) e molteplici sono gli attori.

Secondo l’accusa, infatti, un gruppo di soggetti collegati a vario titolo ai servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, composto da funzionari pubblici, assistenti sociali, medici e psicologi avrebbe collaborato per architettare e condurre un sistema di gestione illecita e affidamento dei minori: il sistema costruito da questi soggetti, c.d. “sistema Bibbiano”, si baserebbe sulla manipolazione psicologica dei bambini e la falsificazione delle loro testimonianze e sarebbe finalizzato a sottrarli alle famiglie di origine per affidarli, dietro pagamento, a famiglie di amici o conoscenti.

Nel caso di Bibbiano, emerge quanto mai la severa discrepanza tra i principi guida nella tutela dei minori e gli interessi individuali dei soggetti che la legge prepone a garanzia del superiore interesse del bambino.

A dare il via alle indagini è un’intuizione della PM Valentina Salvi, insospettita dall’apertura di numerosi fascicoli per abusi su minore su segnalazione dei servizi sociali dell’Unione Val d’Enza, con sede a Bibbiano, il cui esito era spesso l’adozione di provvedimenti di allontanamento dalle famiglie.

I sospetti si acuiscono una volta confrontati i vari casi e tanto basta ad autorizzare le intercettazioni ambientali, che rivelano una realtà sconcertante: le vicende, concernenti sei minori, si sviluppano seguendo minuziosamente quello che appare essere un “copione”.

Ad attivare il procedimento è una segnalazione, esperita in alcuni casi parte dai parenti dei minori, in altri dagli insegnanti, ma che secondo l’ordinanza poteva riguardare “comportamenti interpretabili, e di fatto interpretati puntualmente dagli assistenti sociali e psicologi indagati, in termini di erotizzazione precoce”.

Il devastante provvedimento di allontanamento del minore dalla famiglia viene preso in maniera apparentemente superficiale: sembra essere sufficiente una frase ambigua, un disegno ritenuto rivelatore o un comportamento giudicato anomalo per allarmare il sistema dei servizi sociali e giustificare un provvedimento drammatico destinato, in teoria, a casi gravissimi di abuso e incuria genitoriale.

Un punto cruciale nel caso di Bibbiano riguarda l’analisi della veridicità delle relazioni con cui i servizi sociali decidevano le sorti dei minori: lo scenario dipinto dall’ordinanza risulta profondamente compromesso, costituito di testimonianze false o volutamente decontestualizzate, omissioni colpevoli e manomissioni vere e proprie, il tutto finalizzato a rafforzare l’ipotesi di un abuso.

Nonostante le ovvie differenze tra i vari casi di abuso segnalati, si ravvisava sempre un comune denominatore: la tesi veniva sostenuta dalla dimostrazione che il nucleo famigliare fosse inadatto alla permanenza del minore, attraverso l’adduzione di prove manomesse, falsificate o fabbricate ad hoc per supportare l’ipotesi di un abuso al fine di ottenere l’allontanamento del minore dalla famiglia naturale.

Le macchinazioni per riuscire ad ottenere un provvedimento di allontanamento costituivano, però, solo la prima fase di questa trama: successivamente, i minori venivano trasferiti ed ospitati da una struttura pubblica, La Cura, assegnata in gestione alla onlus Hansel e Gretel di Moncalieri.

Qui, secondo la Procura, sarebbe occorso il secondo livello di contaminazione delle storie dei bambini coinvolti nel processo Bibbiano: durante le sedute, gli psicologi ed assistenti sociali adottavano una pratica di ascolto potenzialmente capace di influenzare e modificare i ricordi dei minori tramite “significative induzioni, suggestioni, contaminazioni” che “rischiano fortemente di contribuire alla costruzione di falsi ricordi”.

Questo metodo, un’impostazione psicoterapica fortemente minoritaria all’interno della comunità scientifica – oltre che contraria alle linee guida della Carta di Noto, fondamentale protocollo di psicologia forense per trattare i casi di abuso sessuale su minore -, considerata “altamente suggestiva” per il rischio di impiantare falsi ricordi, era già stata al centro dell’inchiesta giornalistica Veleno, che di fatto riapriva il caso dei Diavoli della Bassa modenese.

Nel caso Mirandola, tra il 1997 e il 1998 sedici bambini furono allontanati dalle famiglie per presunti abusi e rituali satanici; analogamente al caso di Bibbiano, la tecnica di ascolto utilizzata era fortemente suggestiva e la sua adozione era finalizzata a validare la tesi dell’abuso su minore per ottenere il provvedimento di allontanamento dalla famiglia.

Appare evidente che, dove giacciono interessi di grande entità, i componenti della grande catena di montaggio che è il sistema degli affidamenti dei minori possono compromettere irreparabilmente il raggiungimento dello scopo di tutela del minore.

Il caso di Bibbiano ha innescato una furiosa controversia, evidenziando le falle di un sistema apparentemente volto alla garanzia della salute del minore ma che nella pratica, come di sovente, è servo di interessi individuali anche a costo di sacrificare dei bambini.

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Articolo di Valentina Grazzi

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